Hello Spring! - Ovvero l'importanza di vivere all'estero per apprezzare al meglio da dove si viene

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A volte (ma giuro non troppo spesso) mi chiedo cosa ci abbia fatto partire da Parigi. Adesso, a volte mi manca. Ma non mi mancano luoghi, o quella che era la nostra vita li' in generale. Mi mancano le sensazioni. Avete presente quello che provate quando siete in un posto? Quello che il vostro cuore vi dice dentro. Ecco, a me di Parigi a volte manca questo. Quello che il mio cuore mi diceva dentro. Quello che provavo vivendoci. Poi stamani mi sono alzata (all'accettabile orario delle 6.30, mentre tutti beatamente dormivano), ho aperto la finestra mentre ancora era semibuio, e mi ha ricordato quando andavo a scuola, ho sentito l'odore di brioches della pasticceria sotto casa, e ho controllato il meteo. Ieri davano pioggia, ed oggi avevano già cambiato idea. Davano sole. Ho sfogliato la pagina che mi avrebbe rapidamente raccontato la situazione metereologica dei prossimi 15 giorni, ed era sempre previsto sole. Sole, sole, sole. Sempre. Senza mai scendere sotto i 20 gradi. Ragazzi, stamani, alle 6.30, mi sono ricordata perché non abitiamo a Parigi. Tutto cio' che amo dell'Italia. L'importanza di vivere all'estero per apprezzare meglio da dove si viene. Qui.

Il 19 agosto 2011, alle ore 14.30, sono salita su un treno TGV in Partenza da Milano Garibaldi direzione Paris Gare de Lyon. Da buona italiana media, quel 19 agosto, sono salita sul treno con jeans, infradito (non quelle in gomma, volevo comunque rassicurarvi), maglietta a mezze maniche, abbronzata. Si, perché cio' che un italiano medio indossa al meglio d'estate é l'abbronzatura. Perché? Perché in Italia d'estate c'é il sole. Punto. Quel 19 agosto, alle 23, alla stazione Paris Gare de Lyon, sono stata accolta da tre meravigliosi sorrisi, che mi aspettavano calorosamente. Una decina di minuti dopo, ho indossato il mio primo maglione. Pensai fosse giusto perché era sera. Non fu cosi'. Il 20 agosto, la mattina, constatai che non avrei potuto bere un caffé in terrazza senza almeno una maglietta a maniche lunghe. Il 22 agosto, indossai per la prima volta una gonna con i collants. Qull'agosto 2011, imparai che, seppur fosse agosto, non é agosto dappertutto. Riposi i miei vestitini smanicati olé olé nell'armadio, ripiegandoli e salutandoli. Non li avrei rivisti mai più. Ad agosto, nel mondo, puo' fare freddo.

Cosi', trascorsi i miei primi momenti da parigina decidendo che ad ogni foto Facebook dei miei amici al mare, in costume, allegri a fare l'aperitivo o semplicemente con una gonna senza collant mi sarei mangiata un croissant. Legge del taglione. Dal croissant passai al pain au chocolat, alla viennoise au chocolat, al pain qux raisins, fino ad approdare allo chausson aux pommes, il mio preferito. Ogni mattina mi svegliavo, guardavo fuori dalla finestra, ed era grigio. Ogni mattina, aprivo la porta, e faceva freddo. Appena usciva un timido, leggero, raggio di sole, mi lanciavo in mezzo alle ombre per beccarmelo in piena faccia. La sensazione del calore sulle palpebre. Durava 5 minuti. Mi ero ricaricata le batterie. Avevo nuovamente due settimane di autonomia. Il sole erano le mie pile Duracell. Ma sulle colline di Nha Trang, Vietnam, dove le pile Duracell non sono commercializzate. Rarisssssime. Ho cominciato ad incattivirmi. Ho cominciato a capire quelle signore che alla fermata della metro "râlent", come si dice in francese (=brontolano, ringhiano, ma più ringhiano) perché per loro attendere beatamente 2 singoli minuscoli minuti tra il passaggio di una metro e l'altra é troppo (le invito tutte qui sotto casa mia ad aspettare l'11, per cui l'altro giorno c'erano 29 minuti d'attesa in pieno pomeriggio, ed un sacco di gente che lo aspettava, ovviamente). Ho cominciato a diventare come loro. Fatto strisciare il mio Pass Navigo sull'apposito lettore all'entrata della stazione, se sentivo vibrare sotto i piedi l'arrivo del prossimo treno, cominciavo a correre per non perderlo, facendo sulle scale per raggiungere il binario quel tipico rumore da ballerino di tip tap del parigino che non vuole perdere la metro per sapendo che la prossima sarà tra due minuti. Ho cominciato anche io a schiacciarmi tra la gente a forza di "Excusez-moi! Pardon! S'il vous plâit" per guadagnare quel sufficiente centimetro quadro sulla metro trabordante all'ora di punta. Pur sapendo che la metro successiva sarebbe stata, di nuovo, dopo due minuti. Quando vedevo 10 minuti d'attesa, il che normalmente a Parigi equivale ad un evento estremo, rarissimo, incredibile (al pari della neve a Firenze, per comprenderci), ho cominciato a dire anche io "Quoi????" con faccia schifata. Era finita. Mi stavo dimenticando del potere del sole. Anche se ai miei appuntamenti, comunque, devo dire che non sono mai arrivata in ritardo.

Quando in primavera nell'aria aleggiava l'illusione che il sole avesse finalmente smesso di scordarsi di questa area di mondo, mi lanciavo anche io come ogni parigino per le strade, correndo di gioia, bevendo finti caffé allungati sulle sedie di vimini bianche e rosse dopo pranzo e kir au cassis prima di cena. La scatoletta di plastica di finto prelibatissimo sushi disponibile nei ristoranti asiatici presenti ad ogni angolo diventava "à emporter" ed esclusivamente mangiabile sui Quai de Seine, con i piedi che fanno su é giù a strapiombo sulla Senna come fa Lietta quando é contenta. Parigi diventava una città con il sole, insomma. Parigi sembrava la Spagna. Io e la mia amica Veronica, madrilena nel sangue e nell'anima, facevamo rifornimento della mancata Vitamina D con cui eravamo cresciute e festeggiavamo l'evento cucinando tortilla de patatas. Ci affacciavamo alla minuscola finestra del nostro appartamento di 18 m2 per prendere quei raggi positivi come se fossimo sdraiate su un catamarano ancorato in pieno mare a Capri. In generale, questa atmosfera di festa non durava più di 2 giorni. Poi, tornava il grigio, ed insieme a lui la voglia di lamentarci per il ritardo (?) della metro. E il freddo.

Poi un bel giorno abbiamo deciso che gli anni all'ombra erano stati abbastanza. Abbiamo deciso che volevamo tornare al sole. Niente più metro, caffé e croissants, dossiers per trovare appartamenti, strutture burocratiche funzionanti, precisione governativa, ristoranti asiatici ad ogni angolo e collant d'estate. Certo, lo abbiamo scelto quando non ci ricordavamo più cosa fosse aspettare un autobus 29 minuti, trovare appartamenti solo sotto raccomandazione, strutture burocatriche allo sfacelo, imprecisione governativa, pizzerie ad ogni angolo e boccheggio già a giugno. In compenso ci ricordavamo molto bene cosa fosse cappuccino e brioche e cosa volesse dire vivere al sole. Nel caso non fosse chiaro, le foto che avete visto fino ad ora parlano proprio di questo.

Da quando siamo tornati in Italia apprezzo. Apprezzo gli uccellini alla finestra la mattina presto, apprezzo il profumo del caffé che esce dalla moka, apprezzo il sorriso delle bariste davanti alle conversazioni sulla politica dei signori al bancone del bar, apprezzo il cono da tre gusti a due euro, apprezzo la pizza tre volte a settimana. Convivo con un sistema scadente, che mette in disvalore la qualità per mettere in valore l'apparenza, convivo con pile di fogli inutili e con i postini che non suonano per consegnarmi la posta. Convivo con la consapevolezza che se li lascio qui magari anche i miei figli un giorno torneranno prima a casa da scuola perché non funziona il riscaldamento d'inverno, ma apprezzo sapere che fra i loro libri ci sarà la Divina Commedia. Amo la sensazione. La sensazione della domenica mattina al bar e della domenica pomeriggio in centro. Amo il sole che filtra dalla finestra la mattina. Perché, per intenderci, qui il sole filtra. Amo la condizione mentale che ci porta a pensare che da metà giugno siamo in vacanza, che il mare é un obbligo, e che ci porta a lamentarci che settembre arriva sempre troppo in fretta. Amo che i pomodori hanno davvero sapore, che andare al supermercato é un piacere, che quando i turisti ci chiedono indicazioni su dove mangiare la verità é che puoi rispondergli ovunque perché in Italia mangi davvero bene ovunque, e ad ogni modo appoggio la setta del "Mangia pizza e sarai felice". Amo poter mangiare una pizza. Amo l'allegria dei liceali che da marzo già si lanciano nei prati, amo i dettagli. Amo vedere che per strada le ombre della gente disegnano infinite storie a righe. E questo, grazie al sole. Io amo sentire l'odore del sole.

Recupero di bambino che scappa n° 1

Recupero di bambino che scappa n° 2

Recupero di bambino che scappa n°3

Le immagini che avete visto fino ad ora parlano di questo. Un semplice, normalissimo weekend. Il primo di primavera. 25 gradi, pieno sole, fiori ovunque, gente allungata nei prati. Vitamina D. Piedi scalzi, magliette a mezze maniche, colazione al bar con brioche e cappuccino (non si vede ma c'é stata anche quella), pizza per tutti mangiata sul marciapiede (non si vede ma c'é stata anche quella), e gonna senza calze. Nessuna metro aspettata, al parco siamo andati a piedi. Le risate dei miei figli; il loro viso illuminato dal sole. Avete capito perché siamo tornati dalla Francia? Per questa ragione qui :

With a Lot of Sunny Love.

M.