Perché rimani il mio piccolo per sempre - Riflessioni di una mamma in fase di accettazione del tempo che passa

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L'ho fatto, l'ho fatto, l'ho fatto. Era da tempo che ci pensavo, e ieri mattina, respiro profooooondo, ho digitato su Google il nome dell'asilo nido che da tempo appare e scompare dalla mia testa come un fantasma. Questa volta, pero', non ho giusto aperto la pagina, dato un'occhiata veloce, e poi richiuso immediatamente la pagina come se fossi andata sul peggior sito della storia. Ho cliccato su "Contatti", ho preso il numero di telefono, e ho pure chiamato. Amen. Ecco a voi le riflessioni di una mamma in fase d'accettazione che i figli, un giorno, devono pure crescere. Ecco a voi il mio racconto.

Sono le 8.30. Chiamo. Mi rispondono subito. "Buongiorno, sono...bla bla bla...la chiamo perché ho un bimbo di quasi due anni e quindi...bla bla bla...Non ho potuto venire all'open day quindi...bla bla bla...insomma mi chiedevo se era possibile venire a visitare la struttura" "Certo Signora!Anche stamani se vuole!" Brividi. Posso andare a visitare la struttura. Anche stamani se voglio. Sta accadendo davvero. "Aspetti Signora che chiedo se oggi c'é la coordinatrice. Suor Angela, oggi la coordinatrice c'é???" Brividi al quadrato. Suor Angela, Suor Angela, Suor Angela. Suore. Nella mia mente, come un flashback da cartone animato, appare una scena.

Protagonista della mia scena flashback é lei, Suor Paola, un donnone sul metro e novanta, una bestia. Siamo nell'aula della mia classe elementare, e questo gran donnone, cattivissimo, serissimo, tutto issimo, ha appena varcato la soglia della porta della mia classe, subito dopo l'intervallo del pomeriggio. E' davanti alla porta della mia classe, e ha uno sguardo feroce, arrabbiatissimo, che punta diretto a me. Come al solito, all'ultimo banco.

"Micaela, tu non puoi comportarti in questa maniera. In questa scuola ci sono delle regole, e vanno rispettate." La sua voce é durissima. Quell'intervallo, avevo organizzato la rivoluzione del grembiule. Ognuno di noi aveva tolto il grembiule (inutile precisare che frequentavo una scuola privata, mia mamma a farmi crescere con il dovuto garbo ci ha provato), ed io ero partita per prima correndo per la terrazza dove passavamo l'intervallo urlando "Libertàààààà". Motivazione : per me era inconcepibile preparare il balletto per la pizzata di fine anno su "If you wanna be my lover" delle Spice Girls tenendo il grembiule. Io volevo vestirmi come Geri Halliwell, anche se alla fine facevo Mel B, perché ero ricciola. E mia mamma i capelli di rosso non me li faceva tingere. Ero riuscita a convincere una buona parte della classe che le mie motivazioni erano valide e per questo valeva la pena combattere. Ovviamente, la mia Rivoluzione Francese (non a caso con gli anni poi ho vissuto a Parigi) é durata pochi minuti, giusto il tempo che le insegnanti scoprissero la promotrice dell'iniziativa. E chiamassero Suor Paola, per l'appunto. Che era arrabbiatissima. Perché perfino andare a scuola in jeans per lei era troppo. Suor Paola mi voleva punire. "Micaela, il tuo atteggiamento é inaccettabile. Sono costretta a chiamare i tuoi genitori." Micaela, 9 anni : "Li chiami pure, tanto sono sicura saranno d'accordo con me". E' stato solo l'inizio di una lunga carriera. Sovversione del Sistema Scolastico Italiano.

Quando la gentilissima insegnante ieri al telefono ha nominato Suor Angela, nella mia testa, é atterrata come un vaso di fiori che cade dal terrazzo la consapevolezza che tutto sarebbe ricominciato daccapo. Non l'avevo considerato. Inoltre, al centro di tutto, i miei figli. I miei figli.

Ho riagganciato il telefono e come uno zombie mi sono diretta verso la cucina dove sono stata accolta con un sorriso a 35676678 denti da un Julien puro di qualsiasi traumatismo infantile legato al Sistema Scolastico Italiano. "Allora? Cosa ti hanno detto?"mi chiede. "Mi ha detto che possiamo visitare il Nido anche stamani", rispondo. "Perfetto! Allora ci prepariamo e andiamo!". Ok, ci prepariamo e andiamo. A visitare il Nido. Mio figlio, Nido. Mio figlio, Nido. Nido uguale io non sapere più 24h su 24h dove trovarsi mio figlio, cosa fare lui, con chi parlare lui, con chi giocare lui, a cosa giocare lui. Il mio bambino! Ma, come sempre mi accade in questi casi, c'é poi un angioletto che parla sempre dalla mia spalla tentando di far uscire il maestro shaolin che c'é in me, razionaaaaaale e giudizioso. Alla fine al nido puo' giocare con altri bimbi. Con un sacco di giochi nuovi. Si diverte davvero. E' seguito da delle brave insegnanti, che gli insegnano tantissime cose. Ha stimoli. Diamo vita ai nostri figli per donarli al mondo e non per tenerli per noi. E cosi', presa da questa nuova aurea di pura positività, mi sono preparata, consapevole che stavo per affrontare la mia prima esperienza nei confronti del Sistema Scolastico da mamma. Come tale, testa sulle spalle, per cortesia. (Ma non ho potuto trattenermi dal mettere la mia cintura di pelle nera con gli elefanti dorati, di modo tale che fosse chiaro a tutti che, se arrabbiata, divento un animale della giungla).

Come per ogni occasione importante, ci vestiamo per bene, di tutto punto, perché vogliamo fare bella figura. Cintura con gli elefanti e cappellino da Baseball di Babbo J a parte. Non so perché, ma ultimamente ad incontri importanti "da genitore" lui mette sempre il suo cappellino da Baseball. Ma siamo cresciuti negli anni '90, con i film americani, e questo probabilmente ci ha influenzato più di quanto crediamo. I papà nei film americani hanno sempre un cappellino da baseball, tutti i bimbi giocano a baseball, ci sono sempre partite di baseball. Forse incosciamente é per questo, ma lui ancora non lo sa. In ogni caso, vi rassicuro. Prima di varcare la soglia dell'Asilo, il cappellino l'ha tolto. Io, ovviamente, la mia cintura con gli elefanti, no.

Ci accoglie una signora meravigliosa, dolcissima. Sento profumo di asilo, sento i bambini giocare. Questo posto già mi piace. Teo vuole subito uscire dal passeggino. Buon segno. Alla fine é lui che ci deve stare. E a lui, a quanto pare, già piace. Mentre visito la struttura cerco di immaginare mio figlio li' dentro. Provo una sensazione stranissima. Lo guardo, il mese prossimo ha due anni, e dentro di me rivedo tutto : il giorno in cui abbiamo scoperto che ero incinta, che ho pianto tantissimo, di una felicità profonda, vera, la prima ecografia, la prima volta che ho sentito battere il suo cuore, e quindi ha pianto Babbo J (ma lui si commuove sempre, quindi non fa testo), quando abbiamo scoperto che era un maschio, quando l'ho sentito scalciare nella mia pancia per la prima volta, quando lavavo e stiravo i vestitini come fossero dorati (la mia prima gravidanza qui, a modo mio), e poi quel giorno, quando l'ho toccato per la prima volta. Quando l'ho guardato per la prima volta, mentre era steso su quel lettino riscaldato, davanti a me, ancora costretta a stare stesa, dopo 12 ore di travaglio. Mi ricordo le manine, lo sguardo beato di quando dormiva, e io stavo fissa ad osservarlo. E poi mi ricordo quando ha cominciato a sorridere, quando ha cominciato a mangiare la pappa, seduto, quando ha cominciato ad allungare le mani per prendere gli oggetti, quando ha cominciato a gattonare, e pian piano si cominciavano a creare scatoloni, chiusi con lo scotch, dal titolo "Teo 0-6 mesi", e poi "Teo 6-12 mesi". Da delle semplici scatole impilate una sopra l'altra mi sono resa conto del tempo che passava. E poi ha cominciato a camminare. E l'ho visto libero, indipendente. L'ho visto scegliere, cominciare ad avere le proprie idee. L'ho sentito cominciare a chiamare Mamma, e il mio cuore esplode ancora oggi ogni volta che lo fa, perché per me avere dei figli é un vero privilegio. Un sogno avverato. Un'immensa gioia. Una grande fortuna. Di questo non mi dimentico mai. Ieri a tenermi la mano durante la visita dell'asilo era un ometto. L'ho guardato negli occhi, e nonostante lo sguardo sia ancora lo stesso di quello scricciolo di 50 cm uscito dalla mia pancia, gli stessi occhi, grandi, ora ci vedo una luce nuova. Grande. Il mio bambino sta diventando grande. Il mio bambino é grande.

Teo mi lascia la mano, e corre verso i giocattoli. Guardo la mia bimba, che dorme beatamente nel passeggino. E' un topino di 4 mesi, un cartone animato che sorride sempre. La signora mi dice : "Sa, da settembre accogliamo i bambini a partire dal primo anno d'età, potrebbe perfino mettere al Nido anche la piccola". Realizzo che a settembre anche Lia avrà un anno. Vedo quella bambola dormire, e tra me e me mi dico : " No tranquilla, tu resti con la mamma fino a quando hai 15 anni, vero?". Poi torna subito il maestro shaolin, e mi rendo conto che devo accettarlo, tutti i bimbi crescono. Ed é un bene.

Continuiamo la visita, i bagnetti, il refettorio (era dagli anni '90 che non sentivo più questo termine) con tutti i bavaglini appesi, tutti i disegni al muro, gli armadietti con gli adesivi, e la sala delle recite. Con il palco.Vedo il mio bimbo su quel palco. Vedo le recite di Natale. Lo vedo cantare. Lo sento cantare "Tanti uri ta teeeeee", ma esclusivamente perché ultimamente, da quando é stato il compleanno di mia mamma, lui canta solo questo. E quando cerco di spiegarli che non ha senso cantare Tanti Auguri se non é il compleanno di nessuno, si arrabbia. E' mio figlio, cosa posso pretendere. Lo accetto. E canto Tanti Auguri insieme a lui.

La visita finisce, e noi usciamo dalla struttura con in mano il modulo d'iscrizione. Torniamo a casa. E la mia mente continua a meditare.

Sono la mamma di due bimbi (per ora) sotto i due anni. Lavoro, un sacco. In casa nostra stanno partendo nello stesso momento una miriade di progetti. Ho bisogno di tempo per lavorare, e l'Asilo potrebe concedermi questo almeno per metà. Ma é dura, molto dura.

Trascorro il pomeriggio in casa con i miei bimbi. Nella mia mente prendono forma i pensieri più diversi. Ce lo mando o non ce lo mando. Continuo a ripetermi di no, che é troppo piccolo, e forse se continuo a fare gli stessi sforzi che ho fatto fino ad ora che la posso fare. Poi arriva la merenda. Ci sediamo a tavola. Sto allattando (tanto per cambiare), ma con una mano metto lo yogurth nel bicchiere, lo metto nel seggiolone, gli metto il bavaglino e gli do in mano il cucchiaino. Ad un certo punto, lancia la tazza, lo yogurth va ovunque. Per pulire, metto sua sorella nel seggiolone, e lei comincia a piangere (del tipo "Oh, ciccia pagliaccia, io stavo mangiando"). Tempo di questa unica azione, é riuscito a prendere i fogli dell'iscrizione all'Asilo e a riempirli di yogurth. Prendo lui, gli lavo le mani, e lo metto nel suo letto perché se lo lascio in giro con lo yogurth per terra altro che Kandinsky. Pulisco lo yogurth, Lia piange, Teo piange. Mi dico che già che ci sono, faccio partire una lavatrice. Tanto peggio di cosi' non puo' andare. E mentre sto mettendo quei panni dentro alla cesta, cullata dall'armonia di entrambi i miei figli che piangono, l'illuminazione : " Ma se all'asilo ci andassi io? ". Viva Suor Paola. Olé.

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