I primi tre mesi in 4 - Quello che mi aspettavo e quello che invece è

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Abbiamo appena spento la candelina su quella torta che tutti i neogenitori aspettano. Quella che dichiara l'ufficiale passaggio oltre i tre mesi, i più emotivamente e fisicamente difficili. Quelli della vita la notte, quelli dei pianti serali, quelli dei gran bicipiti, con un bimbo sempre in braccio, e quelli delle grandi emozioni, delle prime volte, dell'equilibrio che si crea. Quelli dopo i quali la nuova vita in quattro é cosa normale, quotidiana, cio' che era prima della nuova nascita diviene una fotografia passata, che, già stemperata, color seppia, viene inserita in quell'album dei ricordi, di cui ora si gira pagina. Ecco cio' che ci aspettavamo, e che invece é.

Ho sempre ritenuto i primi tre mesi di vita di un neonato i più duri in assoluto. Quando é un primo figlio, accompagnati dall'inconsapevolezza, non parliamone nemmeno. Quando già é un secondo figlio, hai dalla tua l'esperienza, ma lo sforzo fisico é lo stesso. Le notti in bianco sono le stesse. I ritmi assurdi sono gli stessi. I primi tre mesi sono il grande lavoro senza pause mai retribuito, fino a quel giorno, che non si dimentica mai. Il primo giorno in cui tuo figlio comincia a sorridere, e allora ci si scorda di tutto e si esplode di gioia. Se ne capisce la ragione, e la ricompensa é enorme. Personalmente, la cosa più dura che mi sono trovata a gestire, che ha sfidato con i guantoni da boxe il mio costante sforzo di rimanere positiva e serena, sono i pianti serali. Chiamiamole coliche, mal di pancia o pimpiripettenusa, l'impatto é lo stesso. Me ne ero, ce ne eravamo probabilmente dimenticati. E cosi', ho imparato a salutare la doccia la sera, o qualsiasi altro impegno che mi tenesse lontana (o meglio che tenesse lontana la mia parte alta) da mia figlia, e ho accettato la perdita di ogni probabile mio momento di autonomia/solitudine/tranquillità/ora mi faccio i fatti miei in nome del bene di tutti (di mia figlia in primis, delle nostre orecchie, e della pazienza dei vicini). Se il cielo vuole, verso i tre mesi spariscono, ed effettivamente ora non ci sono più. Yes. Abbiamo rivissuto l'emozione di cenare ENTRAMBI seduti. Una meraviglia. L'immagine che voglio ricordarmi di questo periodo é Julien in piedi che dondola con una mano sul cuccio e l'altra impegnata a tenere Lietta in braccio mentre canta una canzone pseudo rilassante, io che ingurgito il cibo ad una velocità da guinness dei primati per dargli il cambio, e Teo che lancia urlando alla samurai posate, penne rigate e yogurt alla sua destra e alla sua sinistra perché lui ha deciso che quando finisce di mangiare fa cosi'. Scene epiche, che se filmate da Wes Anderson potrebbero diventare la nuova pubblicità della Mulino Bianco moderna. Per fortuna, Wes Anderson abita altrove ed é impegnato in altro, altrimenti (forse) di bambini non ne farebbe più nessuno. Tranne me. Perché già so che a 70 anni tutta questa vita in cucina mi mancherà. Ma se mai accadrà, andremo a mangiare fuori. E sono certa che dopo un bel bicchiere di Gewurztraminer la nostalgia passerà. ;-) E quando finirà l'effetto, mi consolero' con i miei nipoti. 

Una delle mie foto preferite di sempre

Quando ancora ero incinta le domande che mi ponevo erano tante. Tra queste giuro che non c'é mai stato "Ma chi me l'ha fatto fare", forse perché, un grande difetto che ho, é che non ho mai paura. In compenso, avevo delle preoccupazioni. Prima fra tutte, mi chiedevo se il mio cuore avrebbe mai retto l'essere mamma di ben due cuccioli, se sarei stata in grado di amarli uguale, se sarei stata capace di non fare differenze, di essere logica ed equilibrata. Sinceramente, la vita ha fatto al posto mio, e il primo istante in cui ho preso in braccio quello scricciolo che era mia figlia appena nata, tutto si é inquadrato da sé come quando il Tetris sul Gameboy si risolve da solo. Era come se lei ci fosse sempre stata (sulla mia vita da mamma di due ne avevo già parlato qui). Sono una sostenitrice convinta del "Più si é, meglio é". Quando si ha un solo cucciolo a cui pensare, si rischia di concentrare non tutto, ma estremamente tutto, solo su di lui, quando sono tanti, sono destinati a diventare autonomi, a trovare soluzioni da sé. Penso che in questa mia visione mi abbia influenzato da sempre la storia presente nel mio DNA, in cui si incrociano perfettamente le mie esperienze da figlia unica per ben 9 anni e i racconti del mio papà, quarto di sette figli, sulle loro giocate in montagna. Della nonna che urlava "E' pronto" dalla finestra. Delle camere condivise in tre, mentre io quando giocavo con le bambole mi creavo un amico immaginario perché altrimenti attorno, c'era il silenzio. Non ho mai voluto lo stesso per i miei figli, e anche se a capodanno non avevo un vodka lemon in mano a mezzanotte in qualche discoteca al neon ma una scatola di tachipirina alle 21 sdraiata sul letto, quando vedo i miei figli abbracciarsi (o meglio Teo che stritola Lia) e baciarsi (o meglio Teo che fa "Muuuuuah" leccando il naso di Lia), io mi dico che quella vodka lemon mancata é sanamente ripagata.

Mi aspettavo notti insonni, stanchezza, morale a terra, forse era cio' che mi terrorizzava di più, conseguentemente al trauma della prima esperienza (quando ne parlero', avro' vinto il jackpot della riconquista), ed invece non é mai stato cosi'. Mi ha aiutato non ascoltare nessuno, fare solo di testa mia, seguendo il mio istinto. Imponendo la mia idea di "La mamma sono io, li ho portati in pancia io, li ho partoriti io, gli ormoni ce li ho io, e quindi quello che é giusto lo so io". E difatti, sono stata meglio. Mi ha aiutato delegare, a chi avevo fiducia. (dei miei primi segreti ne ho parlato qui). Mi aspettavo pero' che mia figlia a quattro mesi avrebbe dormito in camera con suo fratello, ne ero proprio convinta, ed invece a tre e mezzo non solo non é affatto cosi', ma é diventata l'ufficiale proprietaria della mia parte di letto. Una proprietaria a cui piace dormire con le braccia aperte, per di più, ed ora che la sua apertura alare corrisponde sempre di più alla larghezza di metà letto, io e Babbo J ci ritroviamo a dormire attaccati come quando da studentelli avevamo a disposizione solo un letto poco più che singolo per due. Non che mi dispiaccia, ma pensavo fossimo evoluti. Pensavo, per l'appunto.

Me lo aspettavo che sarebbe stato complesso. Due bambini sotto i due anni, 27876557 progetti, zero aiuti ed una sola lavatrice. Abbiamo pensato di farci aiutare da qualcuno e poi abbiamo cambiato idea, abbiamo provato a lavorare entrambi da casa e poi abbiamo tolto la scrivania dal salotto perché sentivamo che ci toglieva aria, abbiamo cominciato a fare lavatrici di giorno e abbiamo scelto che la maggior parte dei vestiti non la si stirava più (e ce l'ho fatta, Julien era da anni che me lo proponeva ma la mia odiosissima testa perfettina da finta "Signorina praticamente" come già mi chiamavano a scuola me lo impediva), abbiamo spostato i mobili del salotto e cosi' abbiamo rotto la televisione, senza la quale la nostra qualità di vita é triplicata, la spesa abbiamo continuato a farcela spedire a casa, sul fogliettino delle cose da fare é apparsa la parola "asilo" ma per ora non ho ancora avuto il coraggio, sul medesimo fogliettino é apparsa anche la parola "tiralatte" ma per ora non ho avuto il coraggio di informarmi neppure per quello perché tiralatte significa biberon e io di quella cosa li' ho orrore perché biberon significa bimba lontana e bimba lontana significa meno allattare, e meno allattare per me significa trauma e quindi per ora, pur essendo trascorsi tre mesi, preferisco continuare ad alimentare il mercato delle coppette assorbilatte piuttosto che accettare che questo momento con la mia bimba prima o poi dovrà finire. Ma, perché c'é un ma, ora Lia si sveglia una sola volta per notte, io e Babbo J abbiamo rivissuto le brezza di una colazione nel silenzio perché ancora entrambi dormivano (e no, niente finte, non ci sono mancati per niente e la colazione ce la siamo goduta di brutto), Teo e Lia hanno seriamente cominciato a giocare insieme (nonostante lui ieri le abbia fatto provare da molto vicino la pesantezza del suo giochino elefante, sulla testa per l'esattezza, e lei non abbia molto gradito), e abbiamo trovato il nostro ritmo. Abbiamo vissuti interminabili combo pianti (ossia due che piangono nello stesso momento), siamo già stati più volte al ristorante in quattro, anche di sera, cavandocela egregiamente, abbiamo già preso il nostro primo treno tutti insieme con il passeggino doppio che per un pelo entra dalle porte (noi ci spostiamo solo in treno, l'avevo già raccontato qui), ci siamo già ammalati tutti, abbiamo già archiviato un overdose di vestiti e ne abbiamo trovato il posto, e ci siamo già rivisti un film PER INTERO solo io e Babbo J sdraiati sul letto (parecchio bello, tra l'altro). Siamo sopravvissuti. No, non ne facciamo un altro subito. Ho voglia di ricominciare a mettere tutti i miei vestiti, senza pensare né a seno né a pancia, e il giorno che potro' farlo, li rimettero' TUTTI INSIEME, uno sopra l'altro. Toh. Ma poi ne rifacciamo altri, perché ci piace troppo. Per oggi, ce la godiamo cosi', in quattro. Questo primo step, l'abbiamo superato. Ora siamo pronti per tutti gli altri 67876586789687 gradini. Cosa ci aspetterà, ancora non lo sappiamo, ma siamo già pronti.

With Love. I Miljian.

Il marsupio in cui porto Lia é Kantha Bae, un'azienda di cui sono fiera di essere venuta a conoscenza perché racchiude tutto cio' che amo. Ogni prodotto é unico e fatto a mano in Bangladesh da delle donne a cui viene data l'opportunità di uscire da un ambiente di traffico malato, fornendo savoir-faire e sostentamento. Ogni tessuto é fatto con una particolare tecnica tradizionale bengalese, Kantha appunto, che consiste nel cucire insieme vari strati di sari. Basha é la società produttrice di questi tessuti dove lavorano queste donne. Basha in bengalese significa "casa" ed "asha" significa speranza. Kantha Bae ha deciso di collaborare con Basha per mettere i loro tessuti al servizio delle mamme, che poi sono donne, proprio come quelle che li hanno cuciti.

https://kanthabae.com/

E facciamo girare il mondo.