Se quel portone potesse parlare...

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Ah, guarda un po' il destino...

Se quel portone potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...

Era un'umida sera fiorentina dell'ormai lontano ottobre 2009 quando io e Julien ci incontrammo per la prima volta. Io ero una ragazzetta giovincella sbarcata a Firenze da massimo massimo due settimane, parecchia ingenuità, voglia matta di conoscere la mia nuova città e la profonda convinzione che mettere scarpe con tacchi alti 12 cm bastasse per farmi sembrare una di quelle accattivanti donne di mondo che sorseggiano cocktail nei bar di Manhattan. (ohi ohi che illusa). Julien era un affascinante ragazzo francese, gran sognatore, innamorato follemente dell'Italia in cui ormai abitava già da un anno, che nel suo armadio aveva solamente una camicia di flanella a quadri, un jeans, le sue storiche All Star rosse e una giacca di pelle nera. 

Fu come il flash accecante di una macchina fotografica. Fu come il rumore assordante di un treno che va a 300 km all'ora e ti passa davanti facendoti perdere l'equilibrio.

Doveva essere un tranquillo venerdi' sera tra amici e invece si rivelo' una di quelle serate come poche ce ne sono nell'arco di un'intera vita.

Si ceno', si cerco' di accordarsi tutti quanti se uscire oppure no, si usci', si cerco' di accordarsi tutti quanti se andare a fare una bevuta oppure no, si ando' a fare una bevuta, si cerco' di accordarsi tutti quanti se andare a ballare oppure no, e si usci' dal locale in cui si era fatta una bevuta per avviarsi verso il locale in cui si era deciso di andare a ballare.

STOP. Fermo immagine. Eccolo il nostro momento.

Quando si é in tanti ma si vuole parlare con una sola persona non é semplice trovare il momento ideale, ma il percorso a piedi dal locale in cui si é fatta una bevuta per andare verso il locale in cui si é deciso di andare a ballare lo é. E fu cosi' che, camminando camminando, io e Julien cominciammo a chiaccherare.

Io gli raccontai che non era da molto che ero arrivata, che mi piaceva parecchio cucire, che cucivo solo a mano perché una macchina da cucire non ce l'avevo, che adoravo passeggiare per Firenze ascoltando gli Strokes e che conoscevo a memoria i testi di tutte le canzoni di Lucio Battisti. Lui mi racconto' che era uno studente di Scienze Politiche, che la musica era la sua passione, che al tramonto suonava la chitarra sul suo terrazzo di 25 m2 (se la tiro' parecchio su questo punto, omettendo ovviamente che la sua camera era grande quanto un letto a una piazza e mezzo ), che gli piaceva parecchio il panino finocchiona e pecorino e che veniva da Parigi. Come? Ebbene si, lui veniva da Parigi.

"Oh io adoro Parigi" "Eh si guarda, Parigi é proprio una bella città" "Ci sono stata solo una volta quando ero piccola ma mi piacerebbe tanto ritornarci" "Dovresti proprio tornarci, sono sicuro che ti piacerebbe da impazzire, io la conosco molto bene, ti potrei aiutare" "Davvero? Oh grazie!"

Ed é proprio qui che arriva il nostro momento. Siamo proprio davanti a quel famoso portone quando smetto di camminare, guardo Julien e gli dico : "Sai una cosa, sarà un po' azzardato, ma ho sempre pensato che un giorno avrei vissuto a Parigi" . Lui mi guarda, sorride e mi dice "Sai, se lo vuoi davvero, lo farai".

Ogni volta che rifaccio il percorso di quella sera ripenso a quella conversazione. Mi capita spesso di rifarlo. Devo dire che mi capita ancora più spesso di passare davanti a quel portone. Beh diciamo che mi capita spesso anche di aprirlo. E di varcarlo.

Ah destino giocoliere.

Perché? Perché ora quel portone é diventato il portone della nostra casa, in cui abitiamo con Teo che, ovviamente, é nato a Parigi, e a cui un giorno racconteremo che la mamma e il papà si fidanzarono ascoltando Lucio Battisti su una terrazza di 25 m2.

Foto d'archivio

Io ero cosi'

Julien era cosi'

(la storia del terrazzo di 25 m2 é proprio vera, ed aveva una vista paurosa su tutta Firenze, roba da amatori di finocchiona e pecorino)

Ed insieme eravamo cosi'

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