Storia di una magica notte d'inizio autunno, storia di un parto in casa

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Ore 23. Mi alzo dal letto. Un forte mal di pancia non mi da tregua, e questa notte non sarà l'eccezione. E' da una settimana che non sto bene. Prima una fortissima nausea, che mi ricatapulta alle sensazioni dei primi tre mesi di gravidanza, poi questo dannato mal di pancia, che per la prima volta in nove lunghi e splendidamente vissuti mesi, mi fa sentire improvvisamente tutto il peso di cio' della maternità che fa rima con difficoltà. Cammino a fatica, forte mal di schiena, dolori muscolari, dormo a stento. Questo momento doveva pur arrivare. Fino alla fine rimarro' convinta di aver preso un brutto virus, oppure un'intossicazione alimentare, conseguenza di una malsana quanto estremamente piacevole condotta alimentare (ecco, questo, piuttosto, fa rima con patatine fritte, panino con doppio ketchup, dolci da glucosio alle stelle e soprattutto un aperitivo con ben fornito buffet che io, tanto per cambiare, proprio non ho rifiutato, ma cosa ci devo fare, mi chiamava per nome).

Sono a letto dalle 21. Ho vissuto una giornata intensa, dove mi sono dedicata a tutto fuorché al riposo, un po' per scelta e un' po per necessità. La mattina, stremata da una notte torta dal mal di pancia, mi sveglio e sono indecisa se andare in ospedale per curare il mio mal di pancia oppure curare piuttosto il mio cervello, fregarmene, e fare un bel giro in Santo Spirito. Opto, direi senza troppa esitazione, per il giro in Santo Spirito. (del mio rapporto conflittuale con gli ospedali ne avevo già accennato qui, e per questo non sono mai la mia opzione n°1). Ho trascorso nove mesi spostandomi senza problemi in lungo e in largo, senza stare mai ferma, abituando la mia bimba all'aria aperta sicuramente più che al riposo condizionato, penso che se conclusione deve arrivare proprio ora, almeno che sia in grande stile, e sempre sulla stessa linea. Su questa dinamica, non solo usciamo tutti quanti in direzione Santo Spirito, ma mi fermo pure a fare colazione al bar. Se il mio stomaco deve lamentarsi, che lo faccia per una buona ragione. Il pomeriggio, forse per punizione divina o forse semplicemente per destino, il mio cellulare mi abbandona, cosi', improvvisamente, lasciandomi nella lancinante frustrazione di dover accogliere mia figlia senza poter mandare foto a destra e a manca. Per trovare una soluzione, giriamo l'intera Firenze. Alla sera, mi ritrovo con un cellulare che mi permetterà almeno di chiamare la mia ostetrica, ma in compenso sono stanchissima, stremata. Vado a letto continuandomi a ripetere "Tranquilla, tanto non partorirai stanotte" come fosse una formula magica.

Nei mesi precedenti il parto, avevo una sola ed unica preoccupazione. Quella di dover partorire di notte, e quindi di essere troppo stanca per poter accogliere in grande stile la mia bimba e per potermi occupare di ben due cuccioli di uomo il giorno seguente. Di fronte a questo mio pensiero, la mia ostetrica mi disse : "Tu focalizzati sull'idea che partorirai di giorno, e vedrai che sarà cosi'". Lei lo sapeva che non sarebbe cambiato strettamente nulla, ma io ho voluto prendere le sue parole come se provenissero dalla Fata Turchina, inconfutabili, e cosi' ogni sera, e sempre più intensamente man mano che la data prevista si avvicinava, un po' con consapevole ingenuità e un po' da stupida (diciamolo), mi sono ripetuta "Tranquilla, dormi serena, tanto non partorirai stanotte". [ndr, anticipazione --> Lia é nata alle 3.50. Per l'appunto. Questa teoria funziona di brutto.]

Quando alle 23 mi alzo, accanto a me c'é Julien, che mai mi abbandona. E' per questo che da giorni, seguendo la mia esigenza di dovermi sdraiare a letto molto presto, al posto che rimanere in salotto a guardarsi un film, viene con me in camera. Questo nostro principio di vita di andare a letto sempre insieme, nello stesso momento, non viene dimenticato neanche nei più estremi momenti. Quando ritorno a letto una decina di minuti dopo, sta guardando un film sul computer. Io so. Si, lo so. E voglio che si possa riposare almeno un pochino. Cosi' gli dico : "Ma se sei stanco perché non spegni il computer e ci sdraiamo insieme? ". Lui, senza porre domande, forse perche anche lui "sa", mi risponde "Va bene". Siamo sdraiati, a luce spenta, ci teniamo la mano. Non ci parliamo, ma sappiamo. Con questa consapevolezza, riusciamo, forse, anche a dormire. Ed é qui che comincia la storia.

Quando alle 23 mi sono alzata, infatti, ho avuto la mia prima contrazione. Un dolore forte, intenso, lungo. Come solo una contrazione puo' essere. Ma non mi convince. Ancora oggi non so perché, ma quella contrazione non mi convince. E' per questo che non dico nulla a Julien, e preferisco rimanere nella convinzione che non é ancora la notte buona, nonostante la piena consapevolezza del mio inconscio che invece lo sarà. Preferisco andare a letto, sdraiarmi, e vivere la prima parte della mia esperienza cosi', nel buio della mia camera. Pacifica serenità é cio' che più mi ricordo di quel momento, lungo, profondo, vellutatamente intenso. Sto per vivere uno dei momenti più magicamente surreali della mia vita.

Quando ancora ero incinta di Teo, ho letto un libro. "Venire al mondo e dare alla luce", di Verena Schmid. Di tutte le illuminanti cose trattate, una mi é sempre rimasta impressa. Verena é stata ostetrica, e come tale ha assistito moltissime donne durante il parto. Nel libro, dichiaratamente promotore della nascita naturale, quella in cui la donna e il bambino sono il centro nevralgico dell'evento, e sono naturalmente fatti per questo, senza la necessità di alcun intervento farmacologico o chiururgico, viene prestata attenzione a cio' che accade nella mente femminile nel momento del parto, e quindi del momento dove più a pieno una donna deve affrontare se stessa, mostrarsi per quello che é, con le proprie paure, ma soprattutto con le proprie inaspettate forze. Verena parla della sensazione di trance. Cita la storia di una donna che, al suo primo figlio, aveva estremamente paura del dolore. Questa paura la pietrificava. Verena la assiste durante il parto. Consapevole dell'importanza della sensibilità che un'ostetrica deve sempre avere verso la donna che le é di fronte, nel picco delle contrazioni, le chiede se ha ancora paura. La riposta é straordinaria. La donna la guarda, concentrata, in trance appunto, e le dice "Paura? Del dolore? Quale dolore? ". Stessa situazione con un'altra donna, ossessionata dall'idea di dover mettersi nuda per partorire. Verena durante la gravidanza la rassicura, e le dice che se non se la sentirà, potrà partorire vestita (un po' come la mia ostetrica angelo custode mi ha detto che avrei partorito di giorno insomma. Ma io rimango convinta che se mi fossi concentrata meglio forse sarebbe stato possibile davvero eh!). Al momento fatidico, Verena racconta che questa donna, concentrata nell'intenzione di accogliere il figlio al meglio, ostacolata dai vestiti, se li é strappati di dosso e li ha gettati per terra. Mettere al mondo é qualcosa di talmente intenso, forte, importante, che elimina ogni altro pensiero, e fa cadere in una fase di trance. Come queste donne, seppur in altra maniera, io ho vissuto la mia.

Sono le 23.10 . Sono sdraiata nel letto. Cerco di dormire ma dei forti dolori, seppur dal mio punto di vista non ancora abbastanza regolari, me lo impediscono. Comincio ad essere sempre più consapevole che é la sera giusta. Conoscero' la mia bambina. Entro nella mia fase di trance. Comincio a sognarla. Sogno lei, frutto di un grande amore. Lei, che sceglie di nascere, un venerdi' sera, a Firenze. Fuori dalla finestra, sento i rumori del weekend di fine estate. Improvvisamente mi ritrovo in un viaggio meraviglioso. Nella mia testa appaiono delle immagini di Firenze, e io sono come un drone, la vedo dall'alto. Vedo l'atmosfera della città, la sera nella quale mia figlia ha scelto di venire al mondo. Santa Croce, i giovani che ridono bevendo birre comprate negli alimentari dietro la piazza, le luci dei Lungarni, Ponte Vecchio, gli Uffizi, quelle vie tanto calpestate che di notte hanno un fascino tutto loro, un'intera storia rinascimentale profumata di atmosfera moderna, i turisti che si fanno foto in una Piazza del Duomo illuminata dal calore dei lampioni, e poi viaggio sul fiume, arrivo Oltrarno, ed approdo li, in Santo Spirito, dove felicità e sorrisi riempiono la piazza. Il clima é caldo, e la gente rientrata dalle vacanze traspira ancora un entusiasmo estivo. C'é chi chiacchera, chi ride godendosi la serata con un buon calice di vino. La musica dei locali, la luce calda dei lampioni, il primo venticello da serata autunnale. E io la vedo li', la mia bimba di Firenze, tra vent'anni, bellissima. La mia bimba che ha scelto di arrivare un caldo venerdi' sera di inizio autunno. E' bellissimo.

Questi pensieri mi fanno compagnia fino all'1.30, quando il dolore diventa effettivamente troppo importante per continuare ad essere nascosto. Mi alzo per andare in bagno, Julien mi segue. Mi aspetta seduto sul divano. Ho le mie prime perdite di sangue, segnale che sono in travaglio. Ora, é ufficiale. Esco dal bagno, e Julien spegne la luce, pronto per tornare a letto. Gli chiedo di riaccendere, e lui si deve essere detto : "Uhmmmm, l'ho già vissuta questa scena". Con Teo, stessa storia. Luce spenta, puoi riaccendere, e poi, boom, un bambino. Gli dico che ho le contrazioni, e da quel momento cominciamo a segnarle. Sono una ogni tre minuti, e durano parecchio. Chiamiamo la mia ostetrica, é arrivato il momento. Ci dice che parte subito. E noi continuiamo cosi', in chiacchere, interrotte solo dal silenzio delle contrazioni, tutte affronatate nella stessa maniera, in piedi, appoggiata alle scale. Sono forti, ma io del dolore non ho mai avuto paura. Ho ormai scoperto che partoriro' di notte, e quindi non ho più alcuna preoccupazione : già che siamo in pista, balliamo. Ha cosi' inizio la nostra avventura di parto in casa.

E' da qui che comincio a vivere la reale differenza con il mio primo parto, avvenuto in ospedale. E' da qui che comincio già a respirare i benefici della scelta di partorire in casa. (ancora incinta, avevo parlato della mia scelta qui). In casa nostra, nessuna valigia pronta. Nessun esigenza di programmare un trasferimento. Sono in pigiama, e ci rimango. Due camere più in là, il mio bambino di soli 19 mesi (compiuti la vigilia, tra l'altro, qui ci si diverte a fare bambini in sequenza) dorme tranquillo e beato tra le sue lenzuola di supereroi, e mai dovremo svegliarlo, o si sveglierà perché disturbato. Non si renderà conto di nulla, fino a che spontaneamente la sua testa non apparirà dalle barriere del lettino, farà il verso del leone, e berrà il suo latte con i biscotti, esattamente come ogni giorno. Nessuna separazione, nessun trauma, semplicemente il proseguimento della vita.

Continuo ad affrontare le mie contrazioni cosi', in piedi, appoggiata alle scale. Sono sempre più forti, sempre più lunghe, ma é strano, perché non potrei definirlo un vero dolore, insopportabile. E' piuttosto un dolore reso sopportabile dalla sua funzionalità. Sto per avere una bambina, questo é il passaggio da affrontare. Ricordo la mia fase di travaglio sempre con il sorriso, in una vera pace interiore. Fino ad un preciso momento. Il momento in cui decido che la scarica di energie che sto accumulando sulle gambe stando sempre in piedi é troppo forte, e quindi mi siedo. La contrazione seguente, é lancinante. Chiudo gli occhi, serro i denti. Mi pento di essermi seduta. Appena finisce, mi rimetto immediatamente in piedi, e dico a Julien che sento un fortissimo mal di pancia. Corro in bagno, e nella mia testa maledico quel giorno in cui ho allegramente approfittato di quel dannto buffet dell'aperitivo, contenta e gaia. Perché fino all'ultimo rimango davvero convinta che sia colpa di quello. Le contrazioni non smettono mai. E io comincio ad aver voglia di spingere. Ed anzi, comincio a farlo, perché é come se solo spingendo riuscissi a sollevarmi dal dolore. In quel momento, nella mia testa, prego di essermi almeno dilatata di 3 cm. Nel frattempo sono arrivate le mie ostetriche (in un parto in casa sono sempre in due). Le sento parlare, in salotto, con Julien. Mi faccio vedere. La mia ostetrica principale mi dice che vuole visitarmi. Le rispondo che non riesco, che non penso di riuscire a mettermi sdraiata. Altra contrazione. Lei mi vede, vede la mia reazione, ed insiste. Vuole assolutamente visitarmi. Riesce almeno a convincermi ad andare in camera, dove nulla é ancora pronto. Altra contrazione. Mi appoggio alla mia cassettiera. Fortissima spinta. Si sente rumore di qualcosa. Nell'atmosfera di luce soffusa della camera, le mie ostetriche capiscono che mi si sono appena rotte le acque. Oramai, é fondamentale. Mi sdraiano sul letto. Devono visitarmi.

Un parto in casa si prepara. Non solo mentalmente intendo, ma anche a livello pratico. Se in ospedale troviamo sempre tutto pronto, in casa bisogna fornirselo da sè. E cosi', nei giorni precedenti, pian pianino, ci siamo equipaggiati di tutto cio' che era previsto dalla lista, teli di nylon, lenzuola pulite, lenzuola da battaglia, garze, ciotole, asciugamani. Tutto era riposto con attenzione in una scatola, in bagno. Tutto era pronto per essere installato con cura, quando il momento giusto sarebbe arrivato. Ecco, questo momento giusto per installare tutto con cura, noi, l'avevamo già perso. Un po' come quando si sta per perdere il treno alla stazione, e allora si comincia a correre. Io, per correre, in quel momento, non ero troppo predisposta, ma le mie ostetriche maratonete ci hanno dato dentro mica male e Julien, dal canto suo, ha vinto la medaglia d'oro olimpica dei 400 m.

Ero già interamente dilatata, e, senza neppure rendermene conto, ero arrivata alla fase finale del mio parto. Questo é cio' che la mia ostetrica vede appena mi visita. Da quel momento, comincia la gara contro il tempo. Io, sono incredula. E pensare che speravo di essere almeno di 3 cm. Certo che se nel mio viaggio per Firenze ad un certo punto avessi preso un pullmann, forse ora staremmo sudando tutti meno. Mannaggia a me e a quelle contrazioni che "non mi convincevano". Mi ritrovo il telo di nylon sotto le ginocchia. Ok, ce l'abbiamo fatta. Sono le 3 passate, forse da 30 minuti, forse da 40, non lo so. Non mi rendo più conto del tempo che passa. Spingo e basta. Capisco che ci siamo.

Scorgo Julien davanti alla porta. Si é messo la maglietta con scritto "Miljian". Mi sorride. Un sorriso bellissimo.

Sono le 3.50. Lo sento. Lo sento dalle orecchie, dal cervello, ma soprattutto dal cuore. Lo sento quel pianto, quell'urlo di vita indelebile. Sono le 3.50. Ed é appena nata Lia.

Me la danno subito in braccio. E' bellissima. Piccola piccola, ma potente come un leone. Mi fanno sdraiare, e me la mettono sul petto. Nella luce soffusa della nostra camera da letto, la guardo. E' ufficiale, é nata. Ho partorito.

Julien viene vicino a me, appoggia la fronte sulla mia. E' bellissimo. Le mie ostetriche ci dicono che ora ci lasciano un po' soli. E se ne vanno, in cucina. Le sento chiaccherare, le mie orecchie lo percepiscono come un canto delle sirene. Ci ritroviamo cosi', per la prima volta, tutti e tre insieme, sdraiati sul nostro letto, nel calore della nostra casa, accartocciati dal nylon ma avvolti nel più bell'abbraccio che ci sia. Ce l'abbiamo fatta.

Cio' che segue, é la prassi. Dopo il momento di riposo concessoci, il taglio del cordone, la prima pesata, vengo aiutata a rimettermi in piedi per la prima volta, viene ripulita la camera, e Lia viene vestita.

Alle 7, ecco il canto del leone. E' il segnale. Si é svegliato. E' il suo Babbo ad andarlo a prendere. Lo vedo, lui, sorridente come sempre, sulla porta della camera, in braccio al suo papà. Sarà l'effetto post-parto, ma li vedo ancora più belli del solito. Quasi irreali.  Sono sdraiata sul letto, ho Lia in braccio. Julien e Teo trovano spazio nella parte libera del letto.

Blocco immagine.

La vita é magica, intensa, meravigliosa. La vita é a volte inattendibile, a volte gestibile, a volte semplicemente immensa.

Sono le 7.10. Firenze, Oltrarno. La città comincia a svegliarsi, passanti vestiti delle prime giacche autunnali si fanno largo nel buio della notte non ancora completamente terminata. Il rumore delle macchine, del lavoro che comincia, e il profumo di croissants. In una piccola casetta, in un piccolo appartamento al secondo piano vicino vicino a quella porta che un tempo apriva alle campagne la Firenze medievale, sdraiati sul letto della loro camera, otto occhi si guardano tra loro. Di questi, due nuovi, socchiusi, e due grandi grandi e profondi, curiosi. Nei quattro restanti, solo cuori. Sono le 7.10. Siamo a Firenze. Sul letto della loro camera, una piccola famiglia sta vivendo il più bel momento che mai in una vita possa arrivare. Questo momento, sarà destinato a rimanere impresso nelle loro menti, protetto nel loro cuore, e tatuato nei loro sogni, per sempre.

Lia Miljian, nata a Firenze, alle 3.50 di sabato 24 settembre 2016

[n.b. : avremmo voluto scattare delle fotografie mentre tutto cio' accadeva ma, come é piuttosto evidente dalla storia, non ce n'é stato il tempo. Le immagini qui risalgono quindi a qualche giorno dopo. Non é un caso se ognuna é stata scattata proprio in quella camera. Quello é l'intero teatro di questa storia. ]