Kanazawa. Una settimana in un ryokan tradizionale, e molto di più.


In collaborazione con Airbnb


Arriviamo a Kanazawa a sera inoltrata.

E’ molto tardi, siamo saliti su uno degli ultimi treni possibili in partenza da Kyoto per poter partecipare alla festa di compleanno di Emma Louise, una splendida bimba franco-giapponese che con un bellissimo picnic sul prato lungo il fiume ha festeggiato il suo primo anno di vita. La sua mamma Akemi ci ha invitato qualche giorno prima della festa. Non ci eravamo mai incontrati, ma l’idea di partecipare ad una festa di compleanno in stile giapponese e di conoscerli non ci ha fatto esitare un secondo : spostiamo l’orario del treno, e portiamo Teo e Lia da Emma Louise. Inutile aggiungere che probabilmente non avrebbero potuto chiedere di meglio. Teo ne è uscito sudato e con le ginocchia sbucciate, entrambi segnali di un pomeriggio ottimamente trascorso. Lia con la pancia piena ed una calcolatrice viola regalatale dalla sua nuova amica con cui ha condiviso non solo un bellissimo momento ma delle gelatine alla frutta, merenda tipica dei bimbi giapponesi. Partiamo soddisfatti.

Dopo due ore di viaggio seduti per terra tra un vagone e l’altro causa acquisto del biglietto “senza posto assegnato” (“Prendiamo questo, tanto il treno non sarà mai pieno”. Appunto), arriviamo alla stazione di Kanazawa. E’ quasi deserta, ci rendiamo conto subito dell’atmosfera diversa rispetto ad una città da tempo meta dei turisti.

Kanazawa mantiene intatta la sua immagine, la sua vita tradizionale, ed è da poco entrata a far parte della lista di destinazioni che, come si dice in francese, valent le détour. Dal 2015 per l’esattezza, quando l’apertura della linea shinkansen Hokuriku ha permesso il collegamento via treno ad alta velocità con Tokyo.

Evitiamo costi inutili. Decidiamo di non prendere un taxi e di raggiungere il nostro appartamento Airbnb con l’autobus. Il successivo passa dopo 30 minuti (guarda un po’, sempre la fortuna dalla nostra), e noi lo aspettiamo alla fermata relativizzando la nostra fame e aumentando esponenzialmente la nostra pazienza, mentre Babbo J intrattiene i bambini con la calcolatrice viola di Lia per l’occasione diventata telefono. “Allo, Maurice? Allo, Jean-Philippe? Allo, le singe?”. Grosse risate. Il tempo alla fine passa in fretta.

Prendiamo l’ultima corsa del pullmann. All’interno ci siamo quasi solo noi, un passeggino, e le nostre due valigie che viaggiano avanti e indietro nel corridoio ad ogni curva. Sono le 22 passate, e noi arriviamo finalmente a destinazione.

Il nostro host viene a prenderci alla fermata dell’autobus. Ci troviamo nella periferia di Kanazawa, in una zona che a loro detta è una delle migliori in cui abitare perché tranquilla e rispettosa. Ci troveremo d’accordo con loro: il Giappone ama il silenzio, la maggior parte delle famiglie preferiscono la macchina elettrica, di cui quasi non si sente il rumore per strada, le pareti delle loro case sono talmente sottili che si sono abituati a tenere il livello di qualsiasi rumore al minimo dopo le 20 di sera. E’ qualcosa che si può notare meno in grandi metropoli come Tokyo, ma è immediatamente percepibile nella periferia di una città come Kanazawa.

Abbiamo optato per una vera esperienza. Già nella nostra testa roteava da tempo l’idea di dormire a casa della gente. Abbiamo provato mettendo un annuncio sui nostri social, consapevoli di quanto l’idea di essere in compagnia di due bambini, in particolare in un paese come il Giappone, potesse costituire un freno. L’incontro umano è ciò che ci interessa di più del viaggio. Certo vedere panorami incredibili, il cibo, scoprire posti che fanno sognare. Ma farseli raccontare da chi ci abita dà all’esperienza un valore aggiunto.

A Kanazawa scegliamo un Airbnb molto speciale.

Teki e sua moglie Nii sono due artisti. Hanno una figlia di 28 anni che vive in Gran Bretagna, e la loro vita oggi è completamente dedicata all’arte. Teki è uno scultore, e Nii è una pittrice. La loro casa è un vero ryokan giapponese, arredato con le loro opere, ed è interamente costruito seguendo le regole tradizionali che prevedono una casa di pace e tranquillità. Lasciano agli ospiti l’intero pian terreno, con vista sul giardino zen, la cucina è condivisa, e loro abitano al primo piano.

Per noi, due washitsu, ossia due stanza tradizionali giapponesi : una devoluta a camera da letto, e una a salotto. Dormiremo per terra, su tre materassi futon bianchissimi e pulitissimi grazie all’impeccabile lavoro di Nii, posti sul tatami, la stuoia di paglia e riso intrecciatz che fa da pavimento e che è la primaria ragione per la quale in Giappone la scarpe si tolgono all’ingresso, in una zona chiamata genkan.

La casa emana l’atmosfera di calma e pace che i suoi proprietari trasmettono. Arriviamo tardi la sera, non abbiamo ancora cenato. La loro accoglienza è impeccabile, ed accompagnano Julien al supermercato più vicino per comprare qualcosa da mangiare. E’ la prima volta che ci troviamo in una situazione simile: siamo abituati a soggiornare in appartamenti interamente per noi, o in albergo, ma è la prima volta che dormiamo a casa di qualcuno. Pur viaggiando con due bambini piccoli, e pur non essendo sempre semplice, teniamo tantissimo a rispettare l’ambiente e la gente che ci ospita, adeguandoci ai loro ritmi e alle loro regole. Con Teki e Nii sarà una vera convivenza.

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Nei primi tre giorni a Kanazawa ci accompagna il maltempo. Impossibile uscire di casa. Mettiamo veramente alla prova i bambini: sono piccoli e vivaci, hanno bisogno di uno spazio per correre (ed urlare, a loro piace molto urlare), ma, probabilmente impregnati anche loro dall’atmosfera di pace del ryokan, faranno grande prova di adattamento. In una casa piena di sculture e opere d’arte, fornita perfino di un altare shintoista kamidana, particolarmente interessante per Lia, i bambini non romperanno niente, non faranno cadere niente, non correranno, non urleranno, e non disegneranno mai sui muri. Per me e Babbo J si tratta di un grandissimo successo. In particolar modo data la presenza di porte di carta, classiche giapponesi : i bambini non capiranno mai che possono utilizzarli come fogli da disegno. Ne usciamo salvi. Conquista (non come successe una volta in Europa, che, lasciati soli in camera per non più di cinque minuti, riuscirono a trovare i pennarelli, ad aprire ogni singolo tappo, e a dipingere la camera come nemmeno Giotto nella Cappella Sistina).

 

Nii ci consiglia un ristorante di sushi vicino a casa. Lo testiamo già il primo giorno e ne rimaniamo affascinati. Non solo per la qualità del pesce e per i prezzi davvero economici, ma per l’atmosfera estremamente giapponese che si respira all’interno. Non il Giappone zen e contenuto, quello tecnologico, digitale, a tratti macchivellico, ipnotizzante, “a neon luccicanti”.

Siamo nella periferia di Kanazawa, siamo gli unici occidentali. Il menu’ non è nemmeno in inglese, e gli ordini non si fanno a voce bensì attraverso una macchinetta tattile appesa sopra il tavolo. E’ un ristorante di sushi a rullo : si può ordinare il proprio piatto ma, se tentati, si può prendere anche il cibo che passa su dei piccoli piattini banchi ed azzurri davanti al tavolo. Ogni piatto costa 100 Yen, l’equivalente di meno di un euro. Scopriremo dopo poco che, una volta accumulati 5 piatti, esiste una fessura nel tavolo dove poterli inserire e che permette di giocare a Bikkurapon : sullo schermo delle comande appare un cartone animato che ti dice se hai vinto una pallina giocattolo oppure hai perso. Si può giocare solo ogni 5 piatti. Vediamo che sui tavoli accanto ai nostri i vicini ne fanno collezione. E’ il principio delle slot machine, di cui il paese è pieno. Ai giapponesi il gioco piace da impazzire.

Giochiamo anche noi: in una settimana di soggiorno vinceremo una sola volta, ma quella volta (contrariamente a come si esprimono i nostri cari vicini, sempre contenuti e professionali anche quando non sono al lavoro) lo sapranno tutti. Della pallina non ce ne faremo nulla, ma la felicità di aver vinto sarà incontenibile (incontenibile secondo i nostri canoni, ovviamente).

Saremo assidui frequentatori del nostro ristorante di sushi al rullo per un’intera settimana, senza farlo apposta quella della celebrazione dell’Italia : sul menu’ nuovi piatti quali noodles alla carbonara in brodo (erano perfino buoni), gelato (buonissimo, ma in questo i giapponesi sono davvero bravi), e, udite udite, in onore di Teo, polpette. Come riesce a trovare polpette in ogni parte del mondo ancora non lo sappiamo, ma il suo angelo custode in vita deve essere stato chef.

Kanazawa è la capitale della prefettura di Izikawa, su Honshu, l’isola centrale del Giappone. E’ conosciuta per il suo artigianato locale, i suoi musei d’arte, ma in particolare per i suoi quartieri perfettamente conservati di epoca Edo e per la sua perla, il giardino Kenrokuen, giustamente considerato come uno dei piu’ bei giardini dell’intero Giappone.

Una volta tornato a volerci bene il sole, il quartiere Higashi Chaya è la nostra prima meta di scoperta della città. Il termine Chaya significa casa da té. I chaya erano una tipologia di ristoranti tipici dell’epoca Edo. Al loro interno, si potevano trovare delle geisha che intrattenevano gli ospiti con canti e balli. In generale, i quartieri di chaya erano costruiti leggermente in periferia: a Kanazawa ne rimangono perfettamente conservati tre. Tra questi, Higashi Chaya è sicuramente il più interessante. Due case del té sono ancora aperte al pubblico. Noi ci limitiamo ad una giornata dedicata alla scoperta della zona, suggestiva, un vero tuffo nel passato nel vecchio Giappone. Non per niente è uno dei posti più fotograti dell’intera Kanazawa. Troviamo un piccolo caffè dove pranzare e fare una pausa mentre i bambini dormono.

(n.d.r. sarà meno glamour da raccontare, ma trovare una connessione wi-fi funzionante è stata una vera impresa in Giappone. L’ideale per qualcuno che lavora grazie ad Internet, insomma. Per questo, dateci un posto con una buona connessione wi-fi ed un tavolo e siamo aux anges. Quando poi serve un buon caffè e fa pure una buona pizza -si, lo so, è meno glamour anche questo, ma dopo un mese di ramen in pancia una pizza è concessa- saremo ufficialmente le vostre ventose preferite. Cheers.)

Da buoni camminatori, passeggeremo un paio di km prima di raggiungere il quartiere. Questo ci darà l’occasione di scoprire il mercato Omicho. Ed essendo noi grandi amanti dei mercati, non possiamo che esserne felici.

Il gioiello di Kanazawa è però il suo parco. Proprio accanto al castello, si trova questo immenso giardino costruito dalla famiglia Maeda per almeno due secoli ed è stato aperto al pubblico solo a partire dal 1871.

Il rapporto del Giappone con la natura è un rapporto speciale. Basti pensare all’importanza del periodo dell’hanami, l’ammirazione della fioritura dei fiori di ciliegio, vissuto più come una festa tradizionale che come un evento naturale. I giardini giapponesi sono estremamente ben tenuti, ed il Kenrokuen Garden ne è la dimostrazione. Conta un’infinità di alberi di fiori, un lago, delle fontane, ponti da cui ammirare bellissimi panorami. I periodi migliori per vederlo al massimo del suo splendore sono ovviamente la primavera e l’autunno, nella stagione del foliage.

In viaggio siamo assidui frequentatori di parchi : sarà grazie al Jardin du Luxembourg, che si trovava a pochi metri dalla nostra piccola casetta parigina, oppure ancor di più grazie al nostro Giardino di Boboli, di cui avevamo l’entrata sotto casa, ma la visita della zone verdi di una città permette di scoprirne ancora più a fondo la sua identità. Pensate a Central Park a New York, ad esempio (citazione in onore di Babbo J - New York è la sua città preferita al mondo ;-) ) oppure ad Hide Park a Londra.

Il Kenrokuen ci permette di collezionare una nuova figurina di questo album giapponese che stiamo tentando di riempire poco per volta.

L’ultimo weekend nella nostra casa in periferia è interamente dedicato a ciò di cui del viaggio non si parla mai, ma che quando si viaggia full-time occupa una grande fonte di tempo investito. Al top del nostro incredibile impegno nello sporcare il più possibile, siamo riusciti a riempirne una valigia. Trascorriamo il nostro sabato alla lavanderia a gettoni dietro casa. Poteva durare effettivamente di meno, ma i bottoni interamente in giapponese non ci hanno aiutato. Teo e Lia fanno la loro prima lavatrice della vita. Se Teo si impegna a fondo, a Lia non può interessare di meno e investe tutto il suo tempo a tentare di capire il meccanismo di chiusura degli oblo’. Non sappiamo come, abbiamo trascorso in quei 10 m2 di lavanderia un’intera giornata. Penso che quando siamo finalmente partiti con i nostri vestiti lavati, asciutti e piegati, la signora addetta alla sorveglianza abbia lanciato i palloncini.

Si lascia il ryokan, si preparano di nuovo le valigie. Salutiamo Teki e Nii. Il nostro treno parte presto, e alle 8.30 siamo già in stazione. Tokyo, stiamo arrivando!

With a Lot of Love - #miljiansgotojapan


Questo il nostro bellissimo ryokan prenotato con Airbnb. Link qui