Kyoto. Viaggio nel Giappone di una volta.


WARNING! Ebbene, non sappiamo per quale strano caso del destino, ma abbiamo perso quasi l'80% delle foto scattate durante le nostre avventure a Kyoto. Quelle che vedete sono le resistenti, le guerriere, quelle che non ci hanno abbandonato e hanno deciso di manifestare insieme a noi la bellezza dei momenti trascorsi insieme. Grazie foto. Ciò non toglie nulla all'eccezionalità del nostro incontro con una delle più belle città dell'intero Giappone. Enjoy! ;-) 


Tutto comincia un pomeriggio. Dopo una ventina di minuti di treno, arriviamo alla stazione di Kyoto. I bambini si sono addormentati durante il viaggio, e noi siamo carichi, come sempre. Lia nel marsupio sulla pancia, zaino sulla schiena, spingo il passeggino, mentre dietro di me Julien trascina le due valigie, già a nostro avviso troppo cariche dopo solo pochi giorni di viaggio. Il Giappone istiga. O forse, meglio dire inspira.

La stazione di Kyoto è modernissima, su due piani, tutta in ferro, con scale mobili altissime a fare da sfondi geometrici. Non di certo quello che ti aspetti quando vedi le immagini della città sulle guide. Ti aspetti una città all’antica, di legno, con casette piccole piccole, come quelle che si vedono nei film. Ma non si può dimenticare che questo è Giappone, ed a Kyoto trovi questo, ma anche molto molto altro, molto molto di più.

Abbiamo affittato un appartamento. Non è troppo distante dalla stazione, ma prevede almeno una buona mezz’ora di camminata. I bambini dormono, e noi amiamo entrare nello spirito della città attraverso il ritmo dei nostri passi. Siamo carichi di bagagli, ma decidiamo di affrontare il percorso a piedi. Spingendo valigie e passeggino, arriviamo di fronte alla porta in legno del nostro appartamento all’orario perfetto. E’ il tramonto. Quando è ancora più semplice rendersi conto di quanto le strade qui siano avvolte dal silenzio. Le macchine sono elettriche, e il silenzio rispettoso della gente per strada rende udibile perfino il bip melodico dei semafori.Un papà sta insegnando alle sue due bambine ad andare in bicicletta proprio nella via di fronte a casa. Lasciate le grandi arterie, le persone vivono in piccoli quartieri, fatti davvero di casine a due piani e piccole finestre. Proprio come si vede nei film, o nei cartoni animati. Proprio come è la casa che abbiamo affittato per questa grande avventura a Kyoto.

Due piani, una scala che provvediamo subito a bloccare con il divano per impedire colpi di testa un po’ matti, una cucina piccola piccola ma con tutto il necessario, un piccolo spazio vasca/doccia tipico di ogni appartamento in cui abbiamo alloggiato finora, un water con cui nuovamente vivremo delle buone esperienze (vedi capitolo come capire un water giapponese), e al piano superiore tre tatami per terra che diventeranno validi supportatori di sogni rigeneranti. La piccola casina diventa presto il nostro posto da sogno.

Vivremo con lei i migliori momenti. Il caffè la mattina e il latte con i biscotti, le macchinine per terra nel salotto, i bagni nella vasca che poi diventa una piscina (o un acquario, a detta degli specialisti del settore, dove il bagnoschiuma fa da squalo bianco e il dentifricio da pesce martello). Il tentativo di cucinare un pollo in salsa da parte dello chef cuisinier J sebbene la presenza di una sola piastra elettrica, il tentativo riuscito di cucinare un ottimo pollo in salsa, mangiato davanti a Netflix, la sera, su quel computer su cui si intervallano episodi di Friends, la nuova stagione di Chef’s Table (consiglio : non guardatela se siete golosi, è sulla pasticceria) e l’ennesimo film con Adam Sandler. Ed ovviamente il nuovo litigio con l’impianto del water giapponese, quel pomeriggio in cui, mentre Teo stava facendo la pipì (applausi, tra l’altro, perché ha tolto il pannolino in un solo giorno #proudmama ), Lia è arrivata nel bagno e con una velocità felina di cui solo lei è capace ha dato una manata sull’impianto del bidet appoggiato al muro, il povero Teo ha fatto una faccia indescrivibile i primi 2 secondi, e si è poi rapidamente tolto dal water lanciandosi sul pavimento. Il getto d’acqua, ovviamente, è finito interamente in faccia a me.

Il nostro appartamento è ad una decina di minuti a piedi dalla metro Shichijo. Il sistema metro di Kyoto si rivela un po’ meno intuitivo di quello di Osaka. Nel nostro primo giorno di scoperta, sbagliamo strada. Nessun timore, sarà solo la prima di una lunga serie.Il primo posto attraverso il quale decidiamo di scoprire la città, è un emblema : il Tempio Fushimi Inari. Santuario shintoista dedicato al kami Inari che si trova sulle pendici della montagna omonima, è conosciuto per i suoi infiniti sentieri di torii, i portali tipici giapponesi di colore rosso vermiglio, migliaia, uno di seguito all’altro. Ogni torii del Fushimi Inari è stato donato da un’azienda giapponese, il kami Inari è sempre stato visto come il patrono degli affari. Siamo sempre piuttosto restii a visitare i siti turistici : troppa gente, negozi di souvenir ovunque, il rapporto umano viene schiacciato da quello commerciale e molto spesso i luoghi perdono la loro vera anima. Arrivati al Fushimi Inari, pieno di gente, piccoli souvenir fatti in fabbrica ovunque, coda per i bagni, ritmo da turista con il berretto per entrare nel primo sentiero di torii, si percepisce subito di essere un luogo speciale.

Il percorso per arrivare in cima è lungo, in salita, spesso tortuoso. Superate le prime due gallerie di torii, la grande maggioranza della gente si ferma. La vera esperienza, comincia laddove si sale verso la montagna. Due bambini e un passeggino non ci fermano (o meglio, due adulti senza fiato non fermano Teo e Lia). La gente è sempre meno, si riesce a respirare la magia di questo posto. Forte. I bambini sono ormai esercitati. Si tengono per mano, camminano attraverso i sentieri di torii, in salita, verso la montagna.

E’ un instante, non passa nessuno, sono davanti a loro. Mi abbassa alla loro altezza, la gonna che tocca per terra, la macchina fotografica in mano. Prego di aver messo a fuoco. Esce una delle foto di loro che io e Julien definiamo “I Gioielli”. Di quelle che gli mostreremo quando saranno grandi, quando la loro vita sarà ormai ben distante da tutto ciò che stiamo facendo ora, i ricordi vivranno giusto su carta, ma qualcosa avrà cambiato tutti noi per sempre. Si tengono mano nella mano. La differenza di età non si vede più.

Di templi ne abbiamo fatti parecchi. Teo si aggira nel santuario a mani giunte, ripetendo “Pace interiore, pace interiore, pace interiore”. Merito del buon karma o di Kung Fu Panda? Ai posteri l’ardua sentenza. Julien rimane di stucco quando, di fronte ad un piccolo tempietto, Teo lo guarda e gli chiede : “Papà, questo è buddha?”. Per festeggiare lo sconvolgimento misto ad orgoglio legato alla presa di consapevolezza che nostro figlio di tre anni ha una concezione della spiritualità, ci andiamo a mangiare un buon Ramen.

Kyoto può offrire un vero quadro del Giappone che fu. Alcuni quartieri, alcuni scorci, alcuni angoli, sono rimasti pressappoco intatti. Ed improvvisamente, con un biglietto di metro, ci si può ritrovare catapultati nel film “Memorie di una geisha”.

La zona che più di tutte fa vivere questa sensazione è Gion, il quartiere conosciuto per essere, ancora oggi, il quartier generale delle geisha, o meglio, delle geiko, come vengono chiamate a Kyoto. Raro trovarne di vere: quelle che si trovano per strada sono per lo più turiste vestite e acconciate per l’occasione. Il mestiere della Geisha, che nella cultura giapponese è identificata come colei che è maestra in arti come danza, musica e cerimonie tradizionali (quella del tè, ad esempio) sta sempre più scomparendo: è un mestiere elitario, molto costoso, che richiede anni di praticantato, a volte fin dalla più giovane età. Prima di diventare una geisha si è una maiko, e la vita di una maiko è tutto fuorché facile.

Hanamikoji Dori è la via principale del quartiere di Gion. Alla nostra prima visita nel quartiere (ne seguiranno altre, di cui una tutti vestiti in kimono e ben acconciati, ma questa è un’altra storia) decidiamo di attraversarla tutta. Ma non è questa via fortemente turistica il punto di interesse più interessante. Per scoprire il vero quartiere, bisogna perdersi nelle piccole viette che lo attraversano. Li’, ecco, proprio li’, si può sentire l’aria del vero vecchio Giappone tradizionale. Tra queste strade strette, vestite di case di legno e bambù, dove regna il silenzio. In questo labirinto di tessuti bianchi sulla soglia delle case, che sventolano al ritmo del vento. E al tramonto, sul calar della sera, quando i turisti sono sempre meno, o occupati in altro, e si vedono le vere geisha sgattaiolare fuori dai loro nascondigli per andarsi a rintanare in qualche ristorante. Di quelli dalla porta piccola piccola, dove ci si deve abbassare per entrare. Di quelli dove si mangia seduti per terra. Proprio come noi siamo stati abituati a vedere nei film.

Abbiamo la fortuna di assistere ad uno spettacolo di danza tradizionale di Geisha al Gion Corner. Per una disavventura i responsabili ci offrono un biglietto omaggio.

Per festeggiare l’occasione di aver vissuto una giornata straordinaria, ci andiamo a mangiare un buon Ramen.

Ma la vera festa sarà la sera, quando, perdendoci, ci troviamo sulla strada alberata che costeggia il canale Shirakawa Minami Dori. Le lanterne, le luci, l’atmosfera del canale. Non potevamo che scegliere di farci accompagnare, come tutti i grandi momenti, dalla nostra musica. Insieme a noi, Florence and the Machine. La canzone scelta, Dogs Days are Over.

Seguono Higashiyama, la camminata in salita fino al Zenkojido Temple, giusto davanti al Kiyomizudera Temple, dove Lia insegue una bambina perché questa ha avuto la malaugurata idea di farle vedere che aveva dei biscotti. Matsubara Dori, stracolma di negozi di ricordi e artigianato. E poi una sua vietta laterale stretta stretta, dove mangiamo un panino e beviamo un caffè, nello Starbucks più bello che abbiamo mai potuto vedere (sul serio). Segue l’ennesima volta che ci perdiamo (pensavamo di avere un senso dell’orientamento prima di arrivare in Giappone). Google Map funziona a singhiozzi, il nostro internet pure, e per quanto riguarda kanji hiragana e katakana non siamo decisamente ancora au point. Conseguenza: un intero pomeriggio per capire come arrivare nella via panoramica sulla pagoda Yasaka, scoprendo però così Yasaka Koshindo, un tempio bellissimo pieno di preghiere sottoforma di palline colorate. Quindi a volte ne vale la pena. Ci arriviamo al tramonto. Forse il Giappone tutto sommato ci vuole bene.

Segue la scoperta del Nishiki Market, con le sue bancarelle di prodotti incredibili, che solo la paura di aver a che fare per un tempo troppo prolungato con quelle macchine malefiche che sono le  toilettes giapponesi ci impedisce di comprare, il centro commerciale vicino a casa con l’Udon in cui intingere un immenso tempura migliore della storia e il negozio di giocattoli megagalattico. Teo opta per un peluche Curious George come non ne avevamo mai trovato prima, Lia per dei sushi giocattolo impilabili. Poi Lia opta postumo per Curious George, Teo non dimostra alcuna intenzione di condividere il suo peluche, e fu così che il giorno dopo ci ritroviamo nella stessa situazione: centro commerciale, Udon, negozio di giocattoli megagalattico, e secondo Curious George.

Il loro primo kimono, la spesa al supermercato in cui non esistono barriere (si può uscire con i prodotti in mano, per intenderci, ma il livello di civiltà è talmente elevato al giusto grado che nessuno lo fa), la corsa sotto la pioggia in tarda serata perché in quel supermercato abbiamo trascorso troppo tempo - e i bambini non dicono nulla, mai smetteremo di stupirci di quanto si adattano meglio di noi.

La decisione di trascorrere a Kyoto più tempo del previsto, e il conseguente cambio di casa, salutando quella che è stata un’onestissima e gentile compagna di esperienze. L’arrivo in una vera casa giapponese, nascosta tra le piante di bambu’ di un silenziosissimo (prima che arrivassimo noi) quartiere residenziale, di quelle dove si mangia a gambe incrociate per terra, di quelle dove appoggiato alle pareti c’è un paravento dipinto. Di quelle dove i muri sono talmente sottili che è divieto fare la doccia dopo le 21 perché altrimenti il vicinato è disturbato per andare a dormire.

E poi il Maruyama Park, dove ci perdiamo -per cambiare- e veniamo aiutati da una scolaresca in divisa. Ci scattiamo insieme una foto ricordo con una vecchia macchinetta di plastica analogica, di quelle che si portavano in gita scolastica negli anni ‘90.

Il Daigo-ji Temple, dove siamo arrivati correndo, dopo esserci persi -davvero???-, giusto una decina di minuti prima della chiusura, con una cartina formato A4 in mano, interamente in giapponese, dataci da un agente immobiliare della zona, l’ennesima persona giunta in nostro aiuto in quel momento di disperazione per desolazione. E noi, che pensavamo di avere il senso dell’orientamento - di nuovo -, forse facciamo solo parte della generazione di Google Map.

 

Kyoto è stata fatta anche di questo. Non solo dell’agente immobiliare e della scolaresca in divisa, ma di Airi, una ragazza che abbiamo fermato all’interno della stazione dei treni chiedendole un’indicazione e con cui ci siamo ritrovati a trascorrere venti minuti della nostra vita. Si è offerta di accompagnarci fino a destinazione, insieme abbiamo aspettato i suoi amici, e ci hanno perfino prestato il loro ombrello perché non diventassimo degli sperduti fradici sotto la pioggia. Siamo finiti con il conversare sui mille modi di dire buongiorno in italiano, francese e giapponese. Abbiamo dovuto riconoscere che Airi e i suoi amici erano decisamente più preparati di noi. In compenso noi abbiamo imparato che in giapponese capelli si dice yatta, uscendo soddisfatti dal nostro incontro con Airi. Lo stesso ci è successo il giorno dopo, quando una carinissima ragazza giapponese dai capelli corti e corvini, sulla trentina, vedendoci paonazzi in mezzo alla strada per aver appena scoperto che il posto dove dovevamo recuperare le chiavi del nostro appartamento corrispondeva sulla nostra mappa ad un parcheggio deserto, ci ha fermato chiedendoci : “May I help you?”, trovandosi con diretta risposta un bel “Eccome!”. Ci ha accompagnato a destinazione guidandoci con il suo telefono. Arrivati sulla soglia dello pseudo luogo dell’appuntamento, è stata ad aspettare che fosse davvero il posto giusto, e una volta Julien già addentratosi nei meandri di cemento del palazzone su 6 piani e lei già salutata, è pure tornata indietro per accertarsi che tutto andasse bene. I giapponesi fanno della tecnologia che spacca, cucinano un ottimo ramen e sanno perfettamente aiutare degli sconosciuti sperduti senza nulla in cambio.

E poi arriva la sera. Quell’unica trasmissione televisiva che è riuscita a tenere Lia ipnotizzata davanti ad uno schermo - l’unica bambina che non guarda i cartoni animati ma che non parla più/non si muove più/non sbatte più gli occhi di fronte a dei gatti giapponesi che saltano su dei letti. La storia del leone prima di andare a dormire. Il cin cin collettivo ad ogni sorso di acqua, con dedica di Teo “A me! A voi!”

E quel vino bevuto nei bicchieri di plastica, quando i bambini dormono, seduti sulle sedie di legno del salotto, tenendosi le ginocchia con le mani.

“Ma tu te la ricordi la prima tappa di viaggio?”

“La prima tappa? Eccome. E’ stato difficilissimo. Ho l’impressione che siamo stati coraggiosissimi. Non era affatto come ora. Abbiamo vissuto forte, intenso. Remavamo contro corrente.”

“Hai ragione. La penso uguale. Ci siamo fatti le ossa. Alla fine, ora, viviamo con un water riscaldato”.  

E fu così che il water riscaldato divento’ una delle invenzioni più belle che abbiamo mai testato nella nostra vita. Insieme al ristorante di sushi sul rullo, all’adattore di bacchette per bambini, e alla salsa delle okonomyiaki.

With a Lot of Love - #miljiansgotojapan