Osaka. Benvenuti in Giappone! Tra fiori di ciliegio e okonomiyaki.

Sono le 22.15 e siamo seduti sul letto del nostro piccolo appartamento a Tengachaya, a sud di Osaka. E’ la seconda casa che cambiamo da quando siamo arrivati in Giappone. E’ la prima sera che a quest’ora i bambini stanno dormendo, ci sono voluti diversi giorni per digerire il jet lag, che prevede +7 ore rispetto a Milano e Parigi. Abbiamo trascorso una bellissima giornata al Kaiyukan Aquarium, e alle 22.15 io e Julien possiamo finalmente aprire i nostri computer per lavorare, stanchi ma felici. Abbiamo finalmente ripreso il ritmo. Ma non è sempre andata liscia. Cominciamo da principio.

Avevamo appena finito di dire che era stato il viaggio forse più semplice. Quasi venti ore tra aerei e attesa. Un primo viaggio Parigi-Hong Kong la notte, una breve attesa nell’aeroporto che ci aveva fatto salutare il nostro primo percorso asiatico due mesi fa, e poi un secondo volo Hong Kong-Osaka di all’incirca quattro ore, durante il quale i bambini hanno quasi sempre dormito. Tutto sommato, poteva andare peggio. Lia è riuscita a dormire nella culla fornita dalla compagnia aerea, abbiamo lasciato a Teo due sedili per potersi sdraiare tranquillamente, io ho dormito per terra con cuscino e coperta e Julien è rimasto sul suo sedile con la testa appoggiata al suo cuscino da volo.

Arriviamo ad Osaka la sera. O meglio, nella nostra testa non è forse ancora orario di pranzo, ma l’orologio giapponese segna le 21 passate. Inutile pensarci, bisogna entrare subito nel ritmo.

Siamo appena scesi dall’aereo quando decidiamo di prendere in mano la GoPro per immortalare questo nuovo inizio. Non funziona. Prendiamo quindi in mano la macchina fotografica, per riuscire comunque ad avere un ricordo. Non mette a fuoco. Tempo di passare la macchina nelle mani di Julien per revisione, vedo che il grande sacchetto di plastica che contiene il nostro passeggino ci aspetta già sulla pedana che dirige verso il settore arrivi dell’aeroporto. Giusto due secondi, l’occasione di dare una veloce occhiata al sacco per capire che c’è qualcosa che non va. Ecco, finalmente ci è successo. Ci siamo. Abbiamo resistito 5 mesi nel Sud est Asiatico, qualcosa adesso ci doveva pur capitare. Ritroviamo il nostro passeggino completamente distrutto. Manca una ruota, e sul telaio c’è un buco grande abbastanza da far presagire che il nostro compagno di avventura non deve aver fatto buon viaggio quanto noi.

Cerchiamo subito di avere info, ma difficile trovare qualcuno con cui comunicare in maniera fluente. Con un passeggino monco e tanta preoccupazione (con due bambini piccini ora come facciamo???), ci dirigiamo verso il controllo passaporti. Più di un’ora d’attesa. I primi dieci minuti passano, poi le lunghe ore di viaggio cominciano ad avere un’incidenza sulle nostre palpebre. Non demordiamo. Teniamo con cura le energie che ci restano per tenere a bada i bambini, affamati ma estremamente in forma (hanno comunque dormito all’incirca 20 ore di seguito, loro) e soprattutto per far valere le nostre priorità all’ufficio bagagli. A nulla serve qualsiasi imposizione di diritti o codice d’onore, le compagnie aeree non rimborsano i passeggini danneggiati durante i voli. Ok, è ufficiale, sarà dura. Ci danno comunque un passeggino sostitutivo (per un solo bambino, ovviamente, mentre il nostro permetteva ad entrambi di viaggiare comodi avendo una pedana, e quando si cammina in media 7 km al giorno non è un surplus), ma non prima di averci trattenuto fino alle 23.30.

Con la stanchezza e la desolazione per mano, decidiamo finalmente di dirigerci verso il centro di Osaka. E’ in quel momento che ogni cellula del nostro corpo si risveglia. “Come?L’ultima metroooo?”. L’aeroporto di Osaka dista 50 km dal centro città. All’incirca un’ora di viaggio. Impossibile con un taxi. Ci guardiamo in faccia, cominciamo a correre. Non so come riusciamo ad acquistare i biglietti, tutte le indicazioni sono scritte in giapponese, ma riusciamo a prendere quella benedettissima ultima metro.

Un’ora di viaggio. Le porte si aprono alla stazione di Namba, e noi scendiamo.

E’ notte fonda ad Osaka quando abbiamo finalmente il nostro primo contatto con il Giappone. Le strade sono deserte. Dobbiamo raggiungere a piedi la zona di Nippombashi, in linea d’aria non troppo distante, nella realtà percepita in un altro continente, quando tutto è scritto in hiragana, katakana e kanji. Dobbiamo chiedere indicazioni per ben due volte. Alle 2 di notte siamo ancora in cerca del nostro appartamento. Fermiamo una coppia di ragazzi sorridentissimi, a quanto pare in procinto di trascorrere un’ottima serata : lui spallatissimo, capello lungo, maglione con un profondo scollo a v, lei con degli occhi ipnotizzanti, lenti viola, di quelle che le giapponesi amano da impazzire, e una gonnellina bianca.

Gentilissimi (o perché provano pena per noi), inseriscono l’indirizzo in lingua giapponese sul loro Google Map e ci accompagnano fino al nostro appartamento. Ouf, ci siamo. Grazie spallarto e lenti viola. Le nostre teste non toccheranno comunque il cuscino prima delle quattro. I bambini saltano ovunque. Non sono affatto stanchi. Li lasciamo dormire nella camera tipica giapponese, su due tatami. Si sdraiano vicini, e alla fine crollano nel sonno. Io e Julien, faremo altrettanto non troppo tempo dopo. “Mettiamo la sveglia?” “No, dai, intanto con la luce del sole ci svegliamo”

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“Julien, Julien…”. Gli dico picchiandogli sulla spalla mentre lui è ancora palesemente tra le braccia di Morfeo. Apre gli occhi di scatto.

“Sono le 14.30”.

“Noooo, non ci credo”.

“Si, ti giuro. Abbiamo dormito fino alle 14.30. E ora come facciamo?”

Per entrare nel fuso, nulla di peggio che non rispettare il fuso. Ci vestiamo alla velocità della luce, svegliamo i bambini, li prepariamo, e ci fiondiamo fuori di casa. Non si deve demordere, niente colazione. Dobbiamo pranzare.

Il nostro primo giorno in Giappone ha inizio quando il sole sta per tramontare.

Siamo quasi all’ingresso del Kuromon Ichiba Market. Stiamo passeggiando alla ricerca del primo posto che ci accolga per pranzo. La luce è quella gialla, intensa, tipica del sole prima che vada a dormire, che segna le ombre sul cemento. Solo noi quattro, sommersi dagli ideogrammi giapponesi dei ristoranti e dei commerci, sperduti in questo nuovo Paese. Passiamo davanti ad un ristorante fatto interamente di legno, sulla soglia lo chef, vestito di bianco. Dal suo interno esce una musica. E’ una rivisitazione giapponese di una canzone francese. La luce del sole, Teo che corre per strada, Lia che comincia a parlare, quella sensazione. Quella musica.

Eccoci Miljian. Ben tornati sul campo. Il viaggio continua.

Quello stesso giorno mangeremo accompagnata da Real Gold e tea freddo tipico la nostra prima okonomyiaki, la crepe giapponese di cui siamo i primi fan dal giorno in cui la incontrammo per la prima volta, in un piccolo ristorante della Rive Gauche, a Parigi. (Teo ne mangerà tre, convincendoci nuovamente di quanto la cucina asiatica sia la sua cucina madre, come già accadde in Vietnam, e la sera farà la scarpetta con le verdure nella salsa data come accompagnamento all’aperitivo birra-vino di questi due giovani genitori, avvalorando sempre più la suddetta tesi). Quello stesso giorno proveremo per la prima volta il più alto senso di spaesamento nel disperato tentativo di acquistare una sim card tra dei cartoncini interamente scritti in ideogrammi sconosciuti. Quello stesso giorno vivremo il nostro primo litigio con un water giapponese, interdetti di fronte alla difficoltà di non riuscire neppure a capire come tirare l’acqua. Quello stesso giorno andremo ancora a letto troppo tardi per entrare nel fuso. Alle 2 di notte Teo si sveglia chiedendo i biscotti alla fragola : vuole fare merenda, insomma. E’ dura, passiamo un’altra ora a rotolarci nel letto. Ma il giorno dopo i Maroon 5 ci risvegliano nuovamente. Comincia una nuova giornata. E noi andiamo alla volta dei fiori di ciliegio.

L’Osaka Castle Park è uno dei punti d’attrazione principali di Osaka. Non solo per il suo castello, ma è conosciuto anche per i suoi infiniti alberi di ciliegio. Sappiamo che siamo agli sgoccioli, che i fiori di ciliegio dell’hanami hanno già quasi salutato questo 2018, in attesa di tornare l’anno prossimo. Ma riusciamo comunque ad assaporarne lo spettacolo. Arriviamo al Castle Park con la metro, rispettando rigorosamente i sensi delineati dalle frecce sul pavimento di entrata e uscita dai vagoni, cosa che potrebbe rendere folle la gente nelle metro italiane (e non solo).

Dopo una breve camminata, eccoli li, uno di seguito all’altro, come in fila indiana, meravigliosi. I nostri alberi. I nostri fiori di ciliegio. L’hanami, ossia letteralmente “ammirare i fiori”, è un momento fulcro della cultura giapponese. La gente si ritrova sotto queste immense distese bianche e rosa per chiaccherare, fare picnic, meravigliata dalla bellezza dei sakura (=fiori di ciliegio), per la loro caducità, per la loro fugacità. Solo una settimana all’anno. La bellezza che appare e scompare.

Delle splendide ragazze dai capelli neri e dalle gonne a ruota bianche sono sedute con i loro ombrellini candidi sull’erba. Teo e Lia corrono dappertutto. E’ un momento bellissimo.

Una ragazza si propone di farci una foto. “Really?Oh, thank you!”. le rispondo io, già consapevole che, qualsiasi cosa ne uscirà, sarà la diapositiva di un grand moment de la vie. Ed è proprio così. Eccola qui, la nostra nuovo foto preferita. Noi, e i fiori di ciliegio.

Lasciamo i nostri sakura per mangiare un gelato, sulla strada verso il castello. I bambini si addormentano ed io e Julien ne approfittiamo per lavorare seduti sui gradini del Japanese Garden, con vista sul monumento più conosciuto di Osaka.

Appena si svegliano andiamo alla volta di Dotombori, il quartiere wow completamente vestito e sommerso di ristoranti, locali, commerci, insegne, neon lampeggianti, a bordo del canale. Una quantità di gente incredibile, luci ovunque, è uno dei luoghi culto di Osaka. Mangeremo in un locale trovato per caso, dopo un indignante “No” da parte di ben due ristoranti per la presenza di bambini (incredibile!). Dobbiamo abbassare la testa per entrare, una porticina piccola, come quelle che si vedono nei cartoni animati. Delle ragazze dietro al bancone ci accolgono con un caloroso benvenuto in abiti tradizionali. Quella sera mangeremo il più buon sushi mai mangiato finora.

Il terzo giorno segna (di già!) il cambiamento di appartamento. Si richiudono le valigie mai disfatte, destinazione Tengachaya. Il sud di Osaka, ed in particolare la zona di Nashinari Ward, è conosciuta per essere una delle meno raccomandabili della città; l’abbiamo scoperto troppo tardi, questo ci ha fatto esistare. Decidiamo alla fine di dare fiducia al nostro istinto iniziale, e facciamo bene.

Ci spostiamo dalla super turistica Namba a ritrovarci gli unici occidentali, in vie esclusivamente residenziali, dove la gente si gira a guardarci per strada e ci sorride. Ah, finalmente. Questo è il viaggio che piace a noi. Il nostro appartamento è nuovo, carinissimo. Ci perdiamo a scoprire in pochi metri quadrati tutte le tecnologie giapponesi che rendono la vita più semplice e ti fanno chiedere come hai fatto a vivere senza fino ad ora. Andiamo a fare la spesa in un supermarket della zona. E’ per i local, i prezzi sono finalmente onesti, e ci sono banconi pieni di 8 sushi a 3 euro. E’ difficilissimo riuscire a trovare perfino lo zucchero, ma Julien sfodera le sue doti e ci facciamo aiutare dalla gente. Torneremo a casa con un orgoglioso bottino.

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Fuori piove. Noi ci godiamo Osaka attraverso la finestra della stanza. Sentiamo la pioggia picchiare sui tetti della case. Massimo due piani, tutte piccole, in legno, come si vede nei film.

Ceniamo seduti per terra, con ravioli gyoza e okonomyiaki, guardando un film. Io e Julien brindiamo, e i bambini sollevano i loro bicchieri d’acqua per brindare con noi.

Parte la sigla, il film sta per cominciare.

Davanti a quel computer, quel brindisi, quelle bacchette, seduti per terra.

Eccoci.

Questi siamo davvero noi.

Buona prima settimana di nuovo viaggio, Miljian. Buon Giappone. Kampai! E’ solo l’inizio.

With a Lot of Love - #miljiansgotojapan


WHAT WE WEAR

Maglietta e pantalone Miki : HIDDEN FOREST MARKET

Matching outfits Miki e Lia : LOUISE MISHA

Vestito e foulard Miki : PENNYBLACK