Sulla baia d'Halong. Vietnam

Era un’immagine. Come un quadro. Da tempo aspettavamo di vederla dal vivo.

Tutto cominciò tanti anni fa, quando, nel freddo della nostra Parigi, riscaldati sotto le coperte nel nostro appartamento soffitta, quello in cui il soggiorno corrispondeva alla cucina, alla camera da letto e all’armadio (per fortuna non al bagno), viaggiavamo attraverso lo schermo del nostro computer, appoggiato sulle gambe, ogni sera.

La mattina dopo avremmo ripreso la metro, saremmo tornati a lavorare, avremmo fatto la pausa pranzo prendendo dei piatti à emporter di qualche traiteur cinese, avremmo ripreso la metro, avremmo comprato una baguette sotto casa, e venuta sera ci saremmo di nuovo rimessi le calze di lana facendole risalire fin sopra quei pantaloni della tuta enormi, grigi, troppo comodi per risvegliare in noi complessi di stile.

La mattina dopo. Il giorno dopo.

Ma la sera, viaggiavamo.

Attraverso lo schermo di quel computer, andavamo in posti lontani.

Sognavamo la Baia d’Halong.

Novembre 2017. Alla vigilia di quasi tre mesi di viaggio, dopo solo il cielo (o Google Maps) sa quanti chilometri, dopo 5 Paesi visitati, parecchi aerei e troppi vestiti distrutti da laundry economiche del Sud Est Asiatico, abbiamo portato i nostri bambini sulla Baia d’Halong.

Questo racconto comincia una mattina prestissimo, quando all’alba svegliamo due cuccioli per vestirli. “Ehi ragazzi, buongiorno, svegliatevi. Dobbiamo prepararci, oggi andiamo su una barca”. Nessuna risposta. Tutto sommato, hanno meno di 4 anni in due. “Ehi ragazzi, buongiorno, dobbiamo prendere una barca”. Appare una testa bionda, i cui riccioli per uno strano scherzo della forza di gravità si stanno sviluppando sempre più, e solo, in linea orizzontale. Ma è molto carino. “Mamma, barca?”. Ok, lui ha colto il messaggio.

Ci aspettano quasi quattro ore di strada per raggiungere la Baia d’Halong. Possono essere veramente lunghe oppure possono diventare estremamente piacevoli se corrisponderanno a quella che gli americani amano chiamare “siblings nap”, insomma se i due biondi compenseranno il sonno perduto dormendo, allo stesso momento, durante il viaggio. Non sarà affatto così.

Arriviamo nella città d’Halong in tarda mattinata. L’intero percorso è stato arrangiato dalla compagnia con la quale viaggiamo, Paradise Cruise, con uno shuttle. Arriviamo al porto, ci imbarchiamo su quella che sarà la nostra casa per le prossime 24 ore.

Una barca ha sempre un non so che di magico. Il legno delle camere, le finestre ad oblo’. Sembra sempre di essere in un universo parallelo, quello che si vede nei libri per bambini.

La nostra barca è bellissima. Tre piani, quel corridoio che porta alle cabine, simmetrico, che sembra uscito da un film. La nostra camera è piccola, ma ha uno spazio armadio ed un terrazzino meraviglioso con un tavolino e due sedie.

Partiamo. Entriamo nella baia.

Ci sono dei posti iconici. Di quelli che hai l’impressione esistano solo in cartolina. Come se quelle scogliere fossero state messe li apposta, per scattare una foto, stamparla su cartoncino, e farle vivere un’onorevole vita appesa alla bacheca di sughero della cucina di qualche casa in qualche parte del mondo.

Il Vietnam è un paese spesso considerato di secondo livello nel Sud Est Asiatico. Non ha la magia tropicale dell’Indonesia, il mare della Thailandia, la natura del Laos e la spiritualità della Cambogia. Non è da molto tempo che si è aperto al mercato straniero, e per questo ancora non è prepotentemente attaccato da quel turismo disfattista che trasforma lo charme di un posto in posto di blocco per far spendere turisti, vendere patatine e souvenir tutti uguali. La Baia d’Halong è al limite, essendo, effettivamente, uno dei posti più interessanti dell’intero Vietnam. Ma riesce ancora a conservare un non so che di magico, se goduta in intimità, seduti sul ponte della propria nave.

E’ proprio questo che faremo. Aspetteremo l’ultimo minuto per andare a pranzare, di modo tale da non ritrovarci nella mischia di coloro che si lanciano di testa nel buffet prima di imbarcarsi, tutti insieme, per un giro in kayak nella baia. Saremo fra gli ultimi, e rimarremo sulla barca quasi deserta, a guardare quell’incredibile meraviglia dal ponte. La baia è un quadro. Incredibile.

Io e Julien ci ritroviamo soli sul terrazzino della nostra camera, mentre i bambini recuperano le ore di sonno perdute, abbracciati, sotto le coperte.

“Hai visto, è incredibile”.

“Davvero, è quasi emozionante”.

Ci abbracciamo.

E’ un’esperienza forte. Non saprei spiegare perchè. Ma è davvero incredibilmente toccante.

Si avvicinano alla nostra nave delle donne, sedute su una barchetta di legno. Vendono souvenir, bottigliette d’acqua, biscotti, qualcosa da mangiare, e te lo consegnano con un bastone lunghissimo, costruito apposta per arrivare dritto nelle mani dei visitatori. Portano il cappello a punta, e una di loro ha un bambino, seduto a prua. Deve avere più o meno ‘età di Teo. Non si muove. Mi guarda, con i suoi occhi grandissimi. Avrei solo voglia di usare quel bastone per scendere, sedermi sulla barca, e parlare con loro. Come è la vita quando si galleggia tutto il giorno vendendo collanine e bottigliette d’acqua sulla Baia d’Halong? Ne parliamo con Julien. Quanto vorremmo trascorrere una notte da loro.

La sera c’è grande festa sulla nostra barca. Musica e gran buffet. Mangiamo davvero benissimo. Paradise Cruise è conosciuta per essere una delle migliori compagnie sul mercato. Siamo davvero soddisfatti. Andiamo a dormire estasiati. Attorno a noi il buio completo. Siamo ancorati a largo della baia d’Halong. E’ fantastico.

Secondo giorno. Buooooongiorno viaggiatori.

La sveglia suona presto. Ci si prepara di fretta per non perdere una grande avventura. Alle 8 in punto parte la barchetta che ci condurrà sulla Titop Island, un’isola della baia conosciuta per la sua montagna di gradini che, una volta scalati (nel vero senso della parola), deliziano gli spettatori con una visione a 360 gradi sulla baia. Indossati i nostri salvagenti, cosa che Teo ha trovato la più interessante dell’intera escursione, convinto che fossero quelli il vero divertimento, arriviamo sull’isola.

Ci aspettano 400 gradini. Bimbi in spalla. Si comincia la salita, dove rimarremo lusingati dai complimenti della gente. “Wow! So athletic! Congratulations!”. Io, baldanzosa, salgo fino alla cima con Lia sulle spalle. “Ooooh, ma è stata una passeggiata”. La lunghissima fila di turisti in coda insieme a noi attutiscono la durezza del viaggio, rallentandolo non poco. Si è in coda. Scattiamo un paio di ricordi, tentando di tenere fermo Teo che si è convinto che i 10 m2 di spazio corrispondenti all’area a disposizione degli umani in cima alla montagna siano un campo da basket. “Mamma ma io pallacanestro”. “Teo trovare un campo da basket sulla Baia d’Halong non è semplice”. “Mamma ma io pallacanestro”. Ok, se ci avesse chiesto di giocare a golf sarebbe comunque stato più difficile.

Riscendiamo. Eccola la vera impresa. Ho Teo sulle spalle. La discesa è davvero impervia, portando i muscoli dei miei polpacci a fare gli straordinari. L’acido lattico fa festa. Ma ce la facciamo. In fondo alla montagna c’è perfino un angolo di spiaggia in cui si può fare il bagno.

Ritorniamo sulla nostra barca. Vorremmo che il viaggio continuasse. Ci sarebbe piaciuto proseguire il percorso verso zone della Baia più sconosciute. Ma siamo davvero felicissimi di aver vissuto questa esperienza incredibile. Guardando fuori dall'oblò, mentre le scogliere sono sempre più lontane, salutiamo questa baia indimenticabile.

Domani non prenderemo la metro e non mangeremo una baguette, ma oggi non è un sogno, l’abbiamo fatto davvero. Siamo stati sulla Baia d’Halong.

With a Lot of Love - #miljiansgotovietnam

Grazie a Paradise Cruise e a tutto lo staff della nostra Paradise Elegance per questo bellissimo momento insieme. Siete i migliori.