Delta del Mekong. Vietnam

Ci svegliamo molto presto, sono le sette del mattino. Ci troviamo in un bungalow fatto di paglia e bamboo, nel mezzo della giungla. Il mormorio degli animali che ci ha accompagnato tutta la notte continua di giorno, ma è ora coperto dal rumore delle pentole di chi sta preparando la colazione, dal motore degli scooter che sfrecciano a due passi dal nostro homestay, dai bambini che corrono, e dallo scoppiettio della barche di legno che navigano sul fiume.

 

Abbiamo lasciato Ho Chi Minh e la sua follia urbana per un paio di giorni in uno dei posti che da sempre è in vetta alla classifica delle mie destinazioni da sogno, di quelle da vedere almeno una volta nella vita.

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Tutto cominciò quando mi appassionai di letteratura di viaggio. Mi innamorai perdutamente di uno dei primi libri che lessi al riguardo. “Le farfalle sul Mekong”, di Corrado Ruggieri. Non so perchè proprio questo libro, non so perchè cominciai proprio da lui, ma i colori della copertina chiamavano il mio nome, e senza rifletterci lo portai alla cassa. Nel giro di poche ore l’avevo già finito. Lo raccontai a Julien una sera, al rientro dal lavoro, seduti sui due minuscoli sgabelli dell’ancor più minuscolo terrazzino del nostro appartamento parigino, con una gamba dentro casa perchè il posto per entrambe fuori non c’era, al sesto piano, davanti a due bicchieri di vino e ad una ciotola di patatine. Lo facevamo spesso, la sera. Era il nostro momento décompression. Se ne appassionò anche lui, e mi disse : ”Miki, dovresti leggerne di più di libri così”.

Fu così che la nostra libreria quasi interamente composta di libri di storia comincio’ a fare spazio a libri di letteratura di viaggio. Che proprio la scelta di quel libro, quel giorno, fu l’élément déclencheur, l’elemento scatenante, che ci porta oggi a cominciare questa nuova storia proprio da qui, da un bungalow fatto di paglia e bamboo?

 

Il Delta del Mekong è un’area estremamente estesa di all’incirca 40000 km2 a sud del Vietnam e comprende 12 provincie, tra cui il comune della più conosciuta Can Tho. E’

un labirinto di canali, fiumiciattoli, isolette, ed è sede di tipici mercati galleggianti e di villaggi circondati da risaie. Il principale mezzo di trasporto sono le barche, e il rumore dei loro motori è il sottofondo sonoro del Mekong.

Decidiamo di cominciare la scoperta del nostro Delta da Ben Tre. Prenotiamo un homestay nel mezzo della giungla. Cerchiamo la vera esperienza, nel verde. Dopo più di tre ore di macchina dalla nostra Saigon, arriviamo a destinazione, attraversando paesaggi di risaie e noci di cocco, per cui è conosciuta la regione. Ci accoglie Vinh, il proprietario della nostra homestay. E’ stato lui a costruire i bungalow in paglia e bamboo in cui dormiremo. Una decina, attorno alla casa centrale, in muratura, in cui vivono lui e la sua famiglia. Si arriva ai bungalow attraversando dei ponticelli direttamente sull’acqua, immersi nella natura selvaggia, tra le galline. La cucina è all’aperto, ed a cucinare sono le donne della famiglia. Partecipiamo alla preparazione della cena, insieme agli altri ospiti. La cena è servita alle 18.30. Qui si va a letto presto. In tavola un ottimo pesce, mangiamo come ed insieme a loro, e a fine pasto ci portano delle ciotole di acqua calda in cui immergere i piedi. La luce è soffusa, il rumore della giungla ci accompagna.

Viviamo la nostra prima, grande, indimenticabile esperienza sul Mekong. Vinh ci noleggia due biciclette. Julien ha Teo nel seggiolone, dietro la schiena, e Lietta è talmente piccolina da entrare nel piccolo cestino di paglia davanti, suscitando, peraltro, l’ilarità di qualsiasi gruppo di vietnamite dai cappelli a punta incontrate sul percorso.

Amo Julien perchè ha la capacità di rendere magico qualsiasi momento, il più semplice. Ho sempre pensato avesse le qualità un piccolo mago. Riesce a creare con dettagli e piccole attenzioni dei momenti in cui ci si sente in un film. E’ il suo amore per il bello che lo porta ad essere così affascinante, così portentoso.

Mette la musica sul suo telefono. Cominciamo a pedalare. Siamo soli, solo noi. Il suono del Mekong. La nostra musica. Completamente immersi nella giungla, lungo il fiume. E’ la perfetta scena di un libro, di un film, di qualsiasi cosa che racconti la vita.

L’homestay di Vinh è lontana da tutto, immersa nel verde. Serve la cena, ma non si occupa del pranzo, e così il giorno dopo riprendiamo le nostre biciclette alla ricerca di un posto in cui mangiare. Non conosciamo assolutamente nulla della zona. Le case della gente sono costruite in mezzo al nulla, senza alcun piano urbano, a volte anche molto distanti l’una dall’altra. Il paesaggio è completa campagna. Ci sono un paio di negozietti che vendono generi di prima necessità, ma decisamente nulla di cui potersi cibare con due bambini. Proseguiamo nella nostra ricerca. Ci passa accanto una vecchia signora in bicicletta. Porta un cappello a punta, pedala con le gambe piegate. Wow, con le risaie attorno, sembra di essere in un quadro appena dipinto.

Ad un tratto incrociamo una via. Troviamo un paio di ristoranti molto spartani. I proprietari sono giovani e sorridenti, decidiamo quindi di fermarci. Chiediamo un menù. Non c’è. Qui si serve solo Pho, a 10 000 dong. L’equivalente di 50 centesimi. Ordiniamo quindi due Pho. Solo noodles e verdure, niente carne. Il brodo si rivela essere probabilmente uno dei migliori che abbiamo mai assaggiato in Vietnam. I bambini sono felicissimi. Mangiamo rapidamente, ripartiamo con le nostre biciclette. (solo il giorno seguente scopriremo che sarebbe stato sufficiente percorrere 50m in più e girare l’angolo per trovare un centro città pieno di ristoranti. Viva l’avventura E il pho a 10000 dong. Amen.)

 

Quando torniamo nella nostra homestay ad aspettarci è una barca. Alla fine, siamo venuti sul Delta del Mekong proprio per questo. Era questa l’immagine che cercavamo.

Il nostro comandante non parla inglese, è alto all’incirca 1m e 60 cm ed è talmente magro che i pantaloni gli stanno in vita solo grazie ad una buona stretta cintura. Indossa delle infradito, si siete in poppa, ci guarda sorridendo (sarà l’unica nostra forma di comunicazione, la più efficace) ed accende il motore tirando una corda. Eccolo, lo scoppiettio del motore. Si parte.

Il nostro primo giro in barca sul Mekong è una delle grande cartoline di viaggio. I bambini non smettono di guardarsi attorno, Teo cerca gli animali. Siamo la sola barca. Attraversiamo la foresta di mangrovie, navighiamo lentamente sul canale delimitato dalle palme, ci fermiamo nel piccolissimo mercato del villaggio, dove ci accolgono tre bambini. Ci guardano seri, Teo e Lia gli fanno festa, vogliono giocare con loro. Questa è una cosa che apprezziamo da morire dei nostri figli. La loro apertura, quel sorriso che non manca mai, la voglia di condividere sempre un momento con chi riconoscono amico. Non importa se sbarchiamo nel mercato percepiti come gli ennesimi turisti venuti a fotografare il “diverso”. Per loro questo non esiste. Bianchi, neri, gialli, azzurri o blu. Siamo tutti bambini, giochiamo insieme, no? Ci presentiamo nel mercato in punta di piedi. No, non siamo gli ennesimi turisti venuti a fotografare il “diverso”. Siamo solo nati da un’altra parte di mondo, e veniamo in ammirazione, con un vero interesse di condivisione. Cosa è abitare sul Delta del Mekong? Alzarsi alle 4 della mattina per vendere banane e cipolle agli abitanti del villaggio? Julien chiacchera con una signora, l’unica che conosce un poco d’inglese, sufficiente per comunicare. Quando la salutiamo in vietnamita ci guarda estasiata, si mette a ridere talmente a squarciagola che si porta le mani alla bocca, chiama le sue amiche. E’ raro trovare qualcuno che fa un passo verso di loro. Quando ripartiamo sulla barca, ci sorridono da lontano. Il sole comincia a tramontare. Il nostro comandante dal cappello da pescatore fa marcia indietro. Non trova posto per ancorare la barca, e decide di prolungare il viaggio, mostrandoci così uno dei posti più incredibili e inattesi del viaggio. Attraversiamo un strettissimo canale, e poi così, quando meno ce lo aspettiamo, ci ritroviamo nel più grande delta. Ed eccolo qui, davanti a noi, in tutto il suo splendore, il mare. E’ un dipinto. E’ un’opera d’arte. Forte.

La nostra seconda tappa di viaggio è a due ore di strada da Ben Tre. Direzione la campagna di Can Tho. Ancora una volta abbiamo prenotato un homestay immerso nella giungla, ma ad accoglierci questa volta non è una calda atmosfera. Mea Culpa (l’ho prenotato io) . Forse, questa volta, l’esperienza è fin troppo wild. Dopo una notte tormentata e dagli strani rumori, apro gli occhi prestissimo la mattina seguente e mi ritrovo l’immenso faccione di Julien che mi guarda. “Miki, come dire...vediamo...allora...non staremo qui una sola notte in più. Torniamo ad Ho Chi Minh”. Nulla da dire, è immediatamente convincente. Non c’è bisogno di aggiungere altro per capire che gli strani rumori della notte altro non erano che la presenza di coinquilini con cui non era stato fatto nessun colloquio di conoscenza prima di decidere di vivere insieme. Dato che rappresentano ciò di cui più ho il terrore e hanno la capacità di farmi saltare sui soffitti, alla velocità della luce metto quelle poche cose che avevamo tirato fuori dalla valigia di nuovo al loro posto e lasciamo immediatamente quel posto che era carino solo in foto.

 

Ma non demordiamo. Can Tho è in assoluto una delle zone clou del Delta del Mekong. Ci torniamo dopo Natale, con la famiglia di Julien. Decidiamo però di evitare à tout prix la giungla e i suoi animali (soprattutto i suoi animali) e soggiorniamo in un hotel nel centro città. La città di Can Tho non è assolutamente ciò che ci si aspetta quando si immagina il Delta del Mekong. E’ una città, una vera città. Certo, una cera città vietnamita, si intende. Di quelle dei mercati notturni, dei motorini, delle insegne rosse, dei clacson. Ma sono ancora le barche e lo scopiettio del loro motore a fare da protagoniste. Loro sono magiche. Rivisitiamo il Mekong e i suoi mercati. Ci godiamo la vista dalla finestra al mattino (mi chiedo perchè non abbiamo filmato ogni vista dalle nostre camere durante questo viaggio, sarebbe stato magico). E poi concludiamo il nostro Delta nel relax in famiglia, in un posto da sogno.

Poco prima di salire sulla macchina che ci porta alla stazione degli autobus, destinazione Ho Chi Minh, cammino dritta, con la macchina fotografica in mano. Davanti a me ho il Mekong, quello che sognavo da quando quel giorno andai alla cassa con quel libro colorato in mano. Passa una barca. Chiudo gli occhi. Sento il rumore del suo motore. E’ la mia istantanea, la mia Polaroid personale, di quelle da tenere nel cassetto, per sempre.

Possiamo salutare il nostro Delta, un autobus sobbalzante a due piani ci aspetta (e con lui le risate matte dei bambini che ad ogni dosso grazie agli ammortizzatori saltano fino al soffitto).

Tre ore, e torniamo nella nostra Saigon.

Ciao Mekong. Grazie.

With a Lot of Love - #miljiansgotovietnam

 

 

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