Ho Chi Minh. Vietnam.

Ho Chi Minh, 7 gennaio 2017

E’ la vigilia della nostra partenza dal Vietnam.

Non era previsto, ci siamo rimasti 50 giorni. 50 intensissimi giorni.

Hanoi, la Baia d’Halong, Hoi An, e poi Ho Chi Minh, il Delta del Mekong.

In questo momento ci troviamo al 10mo piano di un altissimo palazzo che dà direttamente sul fiume Saigon. E’ sera, ed il nero della notte è interrotto dalle enormi insegne lampeggianti dei palazzi, dalle luci degli appartamenti, dai lampioni e dall'infinità di fari che segnano la strada alle macchine e degli scooter. Ho Chi Minh non dorme mai. E quando va a letto, si sveglia presto e si mette su due ruote.

E’ la sesta volta che torniamo ad Ho Chi Minh. Le prime due durante il nostro grande viaggio on the road, tre anni fa, e le restanti nell’ultimo mese. Atterrati da Hoi An, di ritorno da Mui Ne, dopo l’esperienza al Delta del Mekong, e di nuovo da Hoi An, dopo il Natale trascorso in famiglia.

Conosciamo a memoria la strada che dall’aeroporto porta al centro città, abbiamo visto la cattedrale Notre Dame de Saigon di notte, illuminata a festa, di giorno, protetta da quell’impalcatura che l’ha resa ancora più bella. La signora che vende la frutta nella terza bancarella sulla via Lê Thánh Tôn del Ben Thanh Market quando ci vede ci sorride. Le ragazze della pizzeria vicino al mercato sanno che l’acqua la beviamo senza ghiaccio.

E’ stato talmente intenso, normale, quotidiano, che forse non abbiamo mai realizzato che saremmo davvero partiti. Mi sono resa conto che prima o poi sarebbe finito la sera del 20 dicembre quando, mangiando una pizza margherita al secondo piano del nostro solito ristorante, davanti ad un bicchiere d’acqua ovviamente senza ghiaccio, ho guardato oltre la terrazza. Erano le 10 di sera. Stavamo cenando tardi, perchè eravamo stati all’aeroporto a fare una sorpresa a Tonton Alex, ossia Zio Alex, il fratello di Julien, il primo che ci ha raggiunto in terra vietnamita per trascorrere un grande Natale insieme. La dogana vietnamita è severa, l’ha trattenuto a lungo, procurando un ritardo che ha quasi rischiato di farci tornare in albergo, mancando quel grande abbraccio di sorpresa che si è invece poi realizzato.

Parlavamo della nostra esperienza. E nel frattempo le luci si spegnevano, i carrelli del Night Market venivano trascinati lungo la Thủ Khoa Huân procurando quel rumore di giornata finita nel silenzio di una città mai davvero spenta, le risate di qualche ragazzo, gli immancabili clacson. Si abbassano le saracinesche dei negozi. I commercianti rientrano nelle case nel retro delle loro botteghe. Una strana luce illumina il palazzo davanti a noi, così incredibilmente diverso da quello accanto, e da quello accanto ancora. La skyline di Ho Chi Minh  è una montagna russa. Fatta di strettissimi palazzi altissimi, di case basse vestite di cavi della luce, negozi annegati nelle insegne, e poi grattacieli, balconi in equilibrio. In quel momento ho realizzato quanto non fosse solo bello, talmente caotico da essere poetico, talmente frenetico da essere magico, ma soprattutto vero.

Il Vietnam serve il viaggio su un piatto freddo. Niente fronzoli, niente decoro. Scritte rosse su insegne bianche. Nessuna forma di cortesia, se non quella più bella, fatta dei veri sorrisi della gente. Che è buona, aperta, attenta. Fiera. Fierissima.

Il Vietnam è vero. Nessuna strana promessa. Le donne dal cappello a punta ci sono davvero. Attraversano la strada con le loro bilance di frutta, o con i loro carrelli di zuppa Pho. Si alzano alle 5 della mattina, passano la loro giornata sedute per strada. Sono bellissime, perchè quello che devono fare lo fanno per davvero, senza porsi troppe domande.

Le giornate cominciano presto. Si alzano le saracinesche, si parcheggiano i motorini, che rimango lì, pronti, per la siesta pomeridiana. Dal ferramenta non manca mai la televisione a tubo catodico accesa sull’ennesima telenovela dal doppiaggio talmente pessimo da risultare meraviglioso (quando si tratta di serie tv straniere, poi, uomini, donne e bambini hanno perfino la stessa voce). I marciapiedi sono pieni di buchi, e dove non ci sono questi sono parcheggiati i motorini. Quando ci vedono con il passeggino ridono (comprensibile il perchè, direi). I bambini sono santi e sacri.

Ho Chi Minh è immensa ed è divisa in 22 distretti. Ci si rende conto della sua immensità quando dopo 20 minuti di macchina si pensa di aver attraversato il Paese ed invece non si ha nemmeno cambiato quartiere. Il Distretto più centrale è il Distretto 1, quello del Ben Thanh Market, della Bitexco Tower, l’edificio più alto della città, dell’Opera, della grande statua davanti al municipio dedicata ad Ho Chi Minh, grande politico che diede il nome alla città nel 1975, relegando Saigon al nome delle cartoline vintage.

Notre Dame de Saigon, l’edificio delle poste centrali. Tutto parla di Indocina, Tutto permette di percepire la storia di un grande Paese che ha vissuto la guerra. Che questa guerra l’ha vinta.

Tutto trasmette quella frontiera tra Sud Est Asiatico e Cina.

Si conclude ad Ho Chi Minh la nostra permanenza in Vietnam. Esattamente da dove era cominciata, tre anni fa. Nella testa ci rimangono delle immagini.

La vista all’uscita del nostro albergo e quella al 6 piano, ma non dalla camera, bensi’ dalla piccola finestra, accanto alla vasca del bagno. L’odore di durian che si sente quando si attraversa la strada sul lato Est del Ben Thanh Market, quello dove ci sono i calzolai che lavorano per strada. E poi Cholon. Oh, Cholon. Il quartiere cinese. Dove la confusione riempie le strade talmente che ti chiedi se riuscirai mai a farti spazio. I grattacieli altissimi accanto alle vecchie case a due piani in cui in una stanza si dorme in sette. I taxi verdi. Il suono degli scooter. Perenne, costante. Il nem croccante, il profumo del Pho e il sapore del Bo Bun. Le donne dal cappello a punta che con le loro bilance stracolme di frutta tagliano la strada ai branchi di persone su due ruote che non smettono mai di animare le strade.

Ho Chi Minh è un cigno nero. Ad Hanoi la guardano storto, nel resto del Vietnam è maltrattata. Troppo trafficata, troppo smog, troppa gente, troppa confusione. Ma Ho Chi Minh è magica, bisogna saper cogliere il suo potere. Bisogna guardarla attraverso gli occhi della storia, apprezzarla attraverso quelli del futuro, amarla per ciò che oggi fa scoprire.

Bisogna difenderla per il suo melting pot culturale e architettonico. Bisogna innamorarsi della vista dai suoi grattacieli e della vita per strada. Solo così se ne comincia a sentire la necessità. Solo così se ne diventa dipendenti. Solo così non la si saluta mai.

Sono le 9 della mattina quando prendiamo il taxi, direzione aeroporto. Salutiamo la famiglia, riempiamo di nuovo il bagagliaio con quelle due nostre uniche valigie che sono ormai la nostra casa. Ci sediamo sui sedili posteriori, in pelle. Chiediamo al nostro taxista di mettere la musica. Accende la radio. La macchina balla improvvisamente al ritmo di musica tradizionale vietnamita. Io sono seduta a destra con Lia sulle gambe, Julien è seduto a sinistra con Teo in braccio, ci teniamo la mano al centro.

Salutare il Vietnam ci fa essere seri. Abbiamo talmente paura di piangere che piangiamo.

Ci pensa il nostro autista. Collega il suo telefono alla radio, la musica vietnamita sparisce improvvisamente in favore di un kitchissimo ed estremamente vintage suono anni 80.  I Modern Talking diventano la colonna sonora di quelle immagini nostalgiche di un Vietnam che se ne va attraverso i finestrini dell’auto. E nulla, non possiamo che ridere.

Lui ci guarda attraverso lo specchietto retrovisore. “International departure?”.

“Yes, international departure, please”.

Ciao Vietnam. Resta saggio.

With a Lot of Love - #miljiansgotovietnam

 

 

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