Hanoi. Vietnam

Era il mese di luglio, era la vigilia della partenza per un lungo viaggio.

L’avevamo prenotato una domenica pomeriggio d’impulso, perché sentivamo che era la cosa giusta, che volevamo fare davvero, pur consapevoli che avrebbe potuto creare degli ostacoli, ed essere, al contempo, il primo, vero, più grande ostacolo.

Un mese in Vietnam, solo un piccolo zainetto, on the road. Saremmo partiti dal sud, dalla vecchia Saigon, e saremmo risaliti fino alla capitale, sfiorando il Mar Cinese.

Un mese per conoscere un paese con cui la vita non ci aveva portato alcun particolare legame se non un cappello appeso alla maniglia della finestra della camera della nostra prima casa fiorentina e un ottimo Bo Bun servito nel ristorante sotto casa a Parigi, nel 5ème arrondissement.

Un biglietto aereo prenotato una domenica pomeriggio. Un test positivo il lunedì sera di un paio di settimane dopo.

Aspettavamo un bambino. Una gioia incontenibile, ancora ignara di ciò che volesse dire e di quanto da lì a poco non avrei più potuto farlo, saltavo a destra e sinistra. La luce nei nostri quattro occhi quella sera avrebbe potuto illuminare un intero quartiere.

Lo sapevamo, è successo. L’avevo persino sognato. E’ accaduto.

Arriviamo così alla vigilia di quella partenza.

Sono incinta al mio secondo mese di gravidanza, quello che, i più, definiscono maggiormente “a rischio”. Abbiamo già visto per la prima volta il nostro bambino in foto. La seconda ecografia, quella più importante, è prevista per inizio agosto, qualche giorno dopo, appunto, il rientro dal viaggio.

Sono seduta sul divano del salotto. L’aereo partirà fra una ventina di ore. I bagagli non sono ancora pronti, ma affinché due zainetti da tenere in spalla contengano l’indispensabile non ci vuole molto.

Sto piangendo come il personaggio di manga giapponese. “Ma chi me l’ha fatto fare, ma sono davvero stupida, ma cosa mi è saltato in mente”. La disperazione di una donna incinta del primo figlio alla vigilia di un grande viaggio prenotato d’impulso quando la persona a carico era ancora solo una.

Ho paura, ho paura che qualcosa vada male, ho paura che sia troppo difficile e per questo io mi ritrovi in difficoltà, ho paura per il cibo, perchè non posso mangiare nulla di crudo. Ho paura. Accanto a me, sempre, comunque, come sempre, e come comunque, Julien mi tiene la mano, senza una minima esitazione. Avevamo chiesto al ginecologo cosa ci consigliava di fare. Era scoppiato a ridere : “Quando mia moglie era incinta di due mesi siamo stati proprio in Vietnam”. L’avevamo visto come un segno del destino.

E poi, e poi.

La riflessione. La riflessione che nella vita non fai nulla con la paura. La riflessione che se avessimo fatto quel viaggio, con il nostro bambino in pancia, quando saremmo rientrati, il ricordo sarebbe stato ancora più bello, ancora più intenso. Tutto andava bene, non vi erano controindicazioni. La riflessione che non esistono grandi scelte senza bruciarsi un pochino.

Il giorno seguente, alla stessa ora, eravamo su un volo destinazione Oriente. Ci avevano upgraded in Business Class. Brindiamo con due succhi di mela (Julien, durante l’intera gravidanza, non berrà alcool per solidarietà).

Quei 23 giorni, quel viaggio, quel Paese, quella gente, hanno scritto la storia di una nuova maniera di concepire il viaggio e la vita.

L’ultimo giorno saliremo sul taxi destinazione aeroporto in lacrime, consapevoli di aver vissuto un’esperienza incredibile. Non è lo stesso scoprire un Paese in cui sono le donne ad avere un vero ruolo centrale, da incinta. Come la gente si è presa cura di me, incinta, mai altrove.

Da quel viaggio, tutto è cambiato.

Qualche mese dopo è nato Teo, in formissima.

E poco più di un annetto dopo è nata Lia.

Il Vietnam è sempre stato il Paese in cui più di tutti avevamo voglia di tornare. Per questa ragione, durante questa prima tappa di viaggio nel mondo, alla scoperta del Sud Est Asiatico, gli abbiamo riservato un posto particolare. L’ultimo Paese previsto dall’itinerario, la nostra ciliegina sulla torta. Il Vietnam, ce lo dovevamo conquistare. Ci abbiamo portato i nostri bambini.

Atterriamo ad Hanoi esausti. Il nostro Vietnam ce lo siamo sudati davvero. Usciamo dall’aeroporto, c’è un vento leggermente fresco, una decina di gradi in meno rispetto al cocente caldo a cui siamo stati abituati fino ad ora. La gente è sorridente. Posata, non invadente. Prendiamo un taxi.

E’ la nostra prima volta ad Hanoi. Quel luglio lontano, il nostro itinerario si fermava prima.

Quella sera passeremo tra le strade della Old City all’ora di punta, quando i motorini riempiono le carreggiate delle strade senza lasciare un solo spazio libero, quando i clacson impazzano, quando le luci dei negozi con all’interno in bella mostra le cose più disparate illuminano i visi delle persone già sedute sugli sgabelli di plastica blu che riempiono i marcipiedi, in attesa di un pho.

Arriviamo in albergo, indossiamo quei quattro maglioni che nelle tappe precedenti non avevamo neppure tolto dalla valigia. Mangiamo in un minuscolo ristorante con vista sulla strada. Giusto un tavolo di legno e qualche bacchetta. Un pho, un Bun Bo, dei nem, degli spiedini per i bimbi. Teo prende le bacchette e comincia ad usarle facendola apparire la cosa più naturale del mondo. Chapeau.

Quando quella sera usciremo dal ristorante, saremo non solo a pancia piena, ma profondamente, intensamente felici.

Hanoi è la capitale della Repubblica Socialista del Vietnam. Seconda ad Hue durante la dinastia Nguyen (1802-1945), fu la capitale dell’Indocina Francese. Le forti influenze francesi sono ancora evidenti oggi, dall’architettura al cibo. Ad Hanoi è possibile trovare una vera buonissima baguette, e di baguette è composto perfino uno dei piatti tipici, il Banh Mi.

L’Old Quartier di Hanoi, ad est della città e a nord del lago Hoan Kiem, mantiene ancora la sua configurazione originaria ed è ricchissimo di charme. La storia vuole che l’Old Quartier sia composto dalle sue “36 streets”, benché oggi siano molte di più. Ogni strada è caratterizzata da un proprio commercio : ad Hang Bac street, ad esempio, si possono trovare i gioiellieri, ad Hang Dao Street i mercanti di seta, e la Dong Xuan Street è la via per metà occupata dal mercato Dong Xuan, il più grande mercato di Hanoi in cui trovare cibo, abbigliamento e souvenir.

Ogni nostra giornata ha previsto una tappa nell’Old Quartier, dove abbiamo persino trovato un’intera via dedicata alle decorazioni natalizie. Il che, ci ha fatto entrare (finalmente) un po’ nel mood.

Se ogni persona ha una propria energia, se anche le città ne hanno, quella di Hanoi è estremamente positiva. Una cosa che ci ha sempre affascinato del Vietnam è la sua gente. Contrariamente al resto del Sud Est Asiatico, dove spesso il rapporto turistico non è umano e sfocia in un rapporto di potere, il Vietnam, fiero, sembra esistere per se stesso e non per gli altri. Al di là dei classici ristoranti wester, che esistono in tutto il mondo, la vera cucina vietnamita è condivisa a tavola da locals e non. I migliori ristoranti sono quelli in cui ci va la gente del posto, che non hanno paura di mantenere i propri sapori, e un tavolo per un viaggiatore lo si trova sempre (senza aumento del prezzo).

Il Vietnam, da poco aperto a quel turismo che gli altri paesi del Sud Est Asiatico oggi conoscono fin troppo bene, mantiene la propria cultura e la propria immagine. Si trovano ancora per strada le venditrici in bicicletta con il cappello a punta.

Ad Hanoi non abbiamo visitato, ma abbiamo vissuto, a stretto contatto con la gente. Ad Hanoi abbiamo scoperto. La storia lontana ma ancora fin troppo recente è percepibile. Basta visitare il Museo interamente dedicato alla donna per rendersene conto. E’ stata una delle esperienze più forti ed emozionanti. In mostra la motocicletta con cui la pittrice Dang Ai Viet, per più di due lunghissimi anni, percorse l’intero Vietnam per ritrarre, una ad una, le Madri Eroiche di guerra del Vietnam, quelle che persero i loro uomini, i loro figli, spesso molto più di uno, e nonostante tutto non smisero mai di credere nel loro paese.

Il Vietnam non è un paese qualsiasi.

In francese esiste la parola “attachant”. La traduzione testuale, in italiano, vorrebbe fosse “piacevole”, o “avvincente”. Ma attachant ne rende meglio l’idea. “Ti si attacca”. Non lo togli più.

Abbiamo trascorso la metà del nostro soggiorno all’Intercontinental Hanoi Westlake, che è un paradiso sul lago. La vista dalla nostra camera era indimenticabile, così come la colazione e la cortesia del personale. La scelta ideale per chi voglia godersi la visita alla città con il comfort di sentirsi a casa. Avevamo un appartamento con cucina e lavatrice, che abbiamo trovato assolutamente geniale quando ci si vuole vivere un vero momento in famiglia nella pace.

Il restante del tempo siamo stati in un minuscolo boutique hotel in pieno centro città, in una via non raggiungibile dalle macchine, che resterà per sempre la cartolina dei nostri grands moments ad Hanoi.

Quando parlavamo della nostra passione per il Vietnam, chiunque ci chiedeva “Ah ok, siete stati ad Hanoi quindi?”. Ebbene no, la nostra passione per il Vietnam nasceva persino prima di aver visitato la capitale. Mai abbiamo visto i nostri bambini felici come qui. Teo ha adorato il Pho con le bacchette e il teatro delle marionette sull’acqua, Lia ha avuto un feeling continuo con la gente, che è davvero speciale.    

Hanoi è stato il Bo Bun la sera nel ristorante sotto l’albergo, la vista dalla nostra camera all’Intercontinental, le passeggiate camminando tra i motorini nell’Old Quartier, il caffè sui balconcini al primo piano di posti nascosti, i colori dei negozi, il suono dei clacson. Hanoi, è stata giusto una parola. Attachant. Ci si è attaccata.

With a Lot of Love - #miljiansgotovietnam   

Questa è Hanoi!

Al Dong Xuan Market

Christmas is coming!!! Anche ad Hanoi

Una grande passione per Pho e bacchette

Buon appetito Pho!

Questa è una foto che postammo su Instagram, ricondivisa tantissime volte, decisamente grazie ai bambini, che qui vincono su tutto. La didascalia diceva:

A Teo piace : fare la lista di Babbo Natale direttamente via telefonica, scongiurando così la possibilità che la sua ennesima richiesta di animali non arrivi al giusto destinatario
A Lia piace : fare mosse di tai chi con la pancia di fuori mostrando a tutti l’ombelico a bottone
A Babbo J piace : usare il giornale per camuffare la smisurata ricchezza della sua english breakfast
A M piace : far durare il suo caffè tutto il tempo che serve per inventare storie.

Stavamo passeggiando per l'Old Quartier quando Julien ha notato una piccolissima scritta appesa all'entrata di un vicolo, che diceva "The Little Plan Cafè". Incuriositi, ci siamo fatti strada . Un signore dietro di noi. "Cafè?", ci chiede. Rispondiamo di si. Bussa ad una porta, ci apre una ragazza con uno splendido sorriso. Abbiamo trovato una perla. Questo e tantissimi altri nostri indirizzi top, nella nostra Guida di Hanoi, presto disponibile.

Lietta <3

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Un altro dei nostri coup de coeur <3

Affiches al Museo della Danna, un imperdibile

"La mia famiglia, come la vedo io" cit. Babbo J

 

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