Java Ovest. Indonesia

Domenica mattina. Ore 5.30. Borobudur, Yogyakarta.

Vengo svegliata da un canto. Solo lui, nel più totale silenzio della periferia indonesiana. Mi alzo. E’ l’Adhan, la chiamata islamica alla preghiera. Esco sul patio. C’è già luce, qui viene buio presto. Alla mia sinistra, una nebbia leggera sfiora i campi, avvolgendo le palme, altissime. Alla mia destra, si sente già il rumore della vita di clacson su due ruote.

Benvenuti sull’Isola di Java.

Abbiamo salutato l’isola del paradiso. A causa di un allerta vulcano che rischiava di farci trovare chiuso e bloccato l'aeroporto, abbiamo lasciato Bali con due giorni di anticipo. Il Mount Agung, che si trova a nord dell’isola, eruttò l’ultima volta nel 1963. Nessun pericolo per le zone più turistiche dell’isola, ma cominciano già ad arrivare notizie riguardo all’evacuazione degli abitanti più prossimi alla zona. Non sappiamo come potrebbe evolvere e quindi, archiviato il progetto di consacrare gli ultimi giorni al mare, decidiamo di prendere un biglietto aereo di sola andata per l’isola di Java. Nessun rimpianto, sappiamo che ci aspetterà qualcosa di grande. Ma l’ultimo giorno in quell’isola che abbiamo chiamato casa per quattordici giorni, va festeggiato. E noi, abbiamo già un’idea al riguardo ;-)

24 settembre 2017, Bali.

BUON COMPLEANNO LIETTAAAAAA!!!

Un anno da torta alla fragola. Un anno di abbracci e sorrisi, un anno di dolcissima furbizia racchiusa in quei 70cm da bionda con un cuore grande così. Io e Babbo J ci siamo commossi stamani pensando a quel grande momento di 365 giorni fa (leggi la storia della nascita di Lia qui) , perché è stato magico, è stato incredibile, è stato fantastico. Punto. Come sia potuto essere già trascorso un anno, davvero non lo so. Grazie splendida cucciola per essere continua fonte di felicità contagiosa.

Ci siamo svegliati tutti insieme in un lettone gigante (che altro non era che due letti per terra attaccati, ma lettone gigante suona molto meglio) e dopo un Tanti Auguri a te partito sulla nostra migliore nota - Teo è ferratissimo in questo...nulla, niente di particolare, ci siamo solo abbracciati da morire. Per me e Babbo J è stato davvero emozionante. Vestiti dei nostri più eleganti abiti (stirati o no, questo è un dettaglio, intanto con zaino e bambini sulle spalle si tira un po’ di qua e un po’ di là e non si vede ;-) ), siamo partiti alla scoperta della spiaggia di Kuta, sabbia bianca infinita e onde altissime. Dopo aver trovato, volontariamente, un ristorante italiano dove abbiamo mangiato pizza e pasta alla grande (e Teo pasta al tonno, un’emozione), abbiamo deciso di trascorrere le ultime ore del giorno sulla spiaggia di Jimbaran, a qualche km. Conosciuta per i suoi ristorantini specializzati in grigliate di pesce, Jimbaran è una meta straordinaria per rilassarsi sulla sabbia e godersi il tramonto. Che è esattamente ciò che abbiamo fatto noi. La domenica, tantissimi locals e bimbi che si ritrovano per due tiri a pallone sulla sabbia. Lia, che è passata con un'accelerazione talmente accelerata che non ho fatto in tempo ad accorgermene da “no, non sta ancora in piedi da sola” a “corre, corre, correeee”, ha come al solito dispensato sorrisi e saluti. In generale cammina dicendo “ciao ciao”, ma bisogna conoscere la sua nota di voce per apprezzare. Giuro che dal vivo merita. Siamo rimasti in spiaggia fino alla fine, finchè il buio intenso post tramonto non ci ha obbligati a camminare con una torcia. Brindato sulla spiaggia, si torna a casa. Buon compleanno cucciolo. Sei davvero un girasole.

Arriva il momento di lasciare Bali, meta che avrà per noi sempre un significato un po’ particolare, perché la prima che ci ha tenuto per mano durante questo lungo viaggio, che ci ha accolto, che ci ha insegnato molto di questa nuova vita. Ci aspetta un aereo direzione Yogyakarta, isola di Java. Guadagneremo un’ora di fuso. Passiamo a +5 ore rispetto all’Italia e a Parigi. Il volo è meraviglioso. Atterriamo.

Prendiamo un taxi. L’impatto è molto forte. Fin dall'aeroporto ci si rende subito conto che l’atmosfera non è più quella di Bali. Si abbandona il tropical, si scopre lo street. Se a Bali il 92% dei suoi abitanti è di religione induista, a Java la maggior parte sono musulmani.

Le donne sono velate, l’architettura non è più la stessa. Passiamo con il taxi attraverso le strade di Malioboro. E’ un grandissimo colpo di fulmine. Dall’inizio del viaggio, proviamo quella sensazione di sentirci nella dimensione perfetta.

A volte sono le nostre esperienze che cambiano la nostra maniera di percepire le cose. Nel 2014 io e Babbo J abbiamo fatto un viaggio che ci ha fortemente cambiato. Non sappiamo ancora perché, davanti a quel computer, abbiamo scelto quella destinazione, tra le meno popolari. Sesto senso. Noi sapevamo che dovevamo andare li’. Il viaggio ci ha ripagato della nostra scelta. Quando dopo tre settimane in quel posto abbiamo preso un taxi che ci riportava all’aeroporto, abbiamo pianto. Perché era stato bellissimo. Il Vietnam non ci era solo entrato nelle vene, ma nella colonna vertebrale. Ad Ho Chi Minh ci siamo sentiti come a casa. Non intendo l’agio,il comfort, ma la sensazione dentro. Quell’idea di aver trovato il letto perfetto, anche se è un materasso per terra. Quell’idea che un posto sia sempre stato tuo, che tu ci abbia già vissuto. Che tu lo conosca da sempre. Ho Chi Minh ci ha cambiato la vita, e il modo di vedere il viaggio. Quando noi sentiamo i clacson dei motorini di notte, riscopriamo quella energia.  

Yogyakarta è stato un colpo di fulmine. Una vera città. Motorini, rumore, gente. Tantissima gente. Malioboro è eccezionale. I colori ti entrano negli occhi. Una catena di negozi di abiti, di tessuti, di scarpe, di accessori animano i finestrini del nostro taxi in direzione del nostro albergo. Lasciate le valigie, seppur si sia già fatto buio, decidiamo di tornarci per trovare un posticino dove mangiare qualcosa.

L’approccio con Java è spaesante. Yogyakarta è una città turistica, ma ci ritroviamo improvvisamente ad essere i soli occidentali nel raggio di km. Viaggiamo con un passeggino, qui rarissimo da trovare, con una bimba in spalla. I capelli biondi dei nostri figli attraggono come magneti, perché “strani”, quanto lo può essere per noi un Nasi Goreng mangiato in piazza del Duomo a Milano. Tutti cercano di far finta di non guardarci, ma noi sentiamo lo sguardo. Quando i nostri occhi si incontrano, i loro si illuminano di un dolcissimo sorriso. Tutti ci salutano, e noi salutiamo loro. Appena lasciata un’isola perfettamente turistica dove la quantità di ristoranti western corrisponde a quella di nasi goreng e campur, proviamo quell’ affascinantissima sensazione di spiazzamento che noi chiamiamo il vero fulcro del viaggio. Per riprenderci, cerchiamo casa. In questo caso, per quanto non salutare, Mcdonald's is always a good idea. E per quanto ci scopriamo essere gli unici a prendere un Big Mac (accanto a noi solo gruppi di ragazze che bevono milkshake oppure famiglie che ordinano menu’ inesistenti in Europa, con pollo, riso e the), ci sentiamo presi da un’incredibile curiosità. Non vediamo l’ora di visitare questa città.

E così, la mattina seguente, zaino in spalla (o Lietta, come sempre, nel mio caso), si parte alla scoperta. Malioboro è un quadro dei più svariati colori dove i veri protagonisti sono i becak, dei risciò taxi a tre ruote parcheggiati ad ogni angolo e che arredano le strade già stracolme di negozi e food truck locali. Malioboro sono muri coloratissimi in cui regna la street art. Malioboro è la gente che la popola, che non smette mai mai mai di sorridere. Gli indonesiani sono stati una vera inaspettata scoperta, un popolo meraviglioso, che ti riappacifica con l’umanità. La prima giornata a Yogyakarta è densa di incontri, di cui abbiamo i più importanti ricordi in pixel in attesa che diventino in carta patinata. La fotografia è nostra grande amica in questo percorso. I ragazzi appena usciti da scuola, che ridono di imbarazzo davanti all’obiettivo e poi scappano gridando di risate un “Thank you, sir” al loro fotografo. Le bouquinistes, o meglio le edicolanti, dove Teo compra un “Paperino” interamente in indonesiano. Quelle bambine fuori da scuola, che mi mostrano tutte e due le loro mani aperte quando chiedo quanti anni hanno. Dieci. Tutte e tre. Stanno accanto a noi, non ci lasciano. La curiosità dell’occidentale è troppo grande. Come quella di quella scolaresca che ci corre incontro per chiederci di fare una foto con loro. Sto filmando, grido “Hi!!!”, mi rispondono tutti in coro “Hiiiiii!”. Brividi, pelle d’oca. Che gran momento. E poi quella signora, quasi un centinaio d’anni, seduta sulla poltrona d’ingresso del ristorante del nipote, interamente tappezzato di quadri e fotografie, da lui dipinti e da lui scattate. Un immenso ritratto di famiglia è appeso nella stanza, e lei ci mostra la più piccolina ritratta, a destra, in braccio ad una signora. Emozionata ci racconta che quella piccolina era lei. Teo si siede accanto a lei, su uno sgabellino rosso. Le racconta la storia del dragone. Non si capiscono, ma si ascoltano. Scatto. Scatto un’immagine che a me è arrivata dritta. Quando immaginavo il viaggio da casa vedevo proprio questo. Dobbiamo andare, lui la saluta dandole un bacio. “Ciao Nonnina”. Lei gli sorride. Un breve incontro, e un’immagine che dura per sempre.

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A Yogyakarta abbiamo vissuto un soggiorno da sogno. La nostra cornice, il Phoenix Hotel, che più che ospitalità offre una vera esperienza. Antico palazzo che data degli anni 20, nei suoi corridoi la storia. Arriviamo in camera, ci lanciamo sul letto. Aaaaah (da pronunciare come un sospiro di sollievo). Quel momento in cui sai che trascorrerai esattamente il soggiorno di cui hai bisogno. Abbiamo un terrazzino che da sulla piscina. Comincia a piovere, la nostra prima pioggia dall’inizio del viaggio, e noi improvvisamente riusciamo a sentire quell’autunno che quest’anno non vivremo. E’ una meraviglia. Al Phoenix ci godiamo piscina e riposo, quei momenti di ripresa delle energie indispensabili. Servizio ottimo, personale ancora di più, indimenticabile.

Quando lasciamo il Phoenix, è alla volta di Borobudur, conosciuto per il suo tempio buddista patrimonio Unesco. Troviamo un posticino in cui trascorrere qualche notte, lontano dal rumore della città. Questo è il viaggio. Spaesamento, adattamento. Ci ritroviamo in un posto in cui, ancor più di prima, siamo davvero gli unici occidentali. Camminiamo per strada e la gente ci guarda. Vorrei aver fotografato con gli occhi ogni angolo di quel paesino, preso d’assalto dai turisti solo all’interno delle quattro mura del tempio. Fuori dal tempio, un paese di periferia indonesiano. Le galline per strada, Le case ad un solo piano tutte colorate che separano le strade dai campi. I carrettini che vendono il cibo rapido, da mangiare sugli sgabelli, con le bacchette. I mercati, oh sì, i mercati. Quelli dove si fanno gli incontri più belli. Nessuna parola può descrivere cosa sia un mercato locale, bisogna ritrovarcisi, perdersi al suo interno.I negozi di abbigliamento, dove si possono comprare tutti i tipi di velo per donna. E per bambina. Esiste perfino quello di Frozen. E poi quel tempio, che visitiamo, al tramonto, immaginando cosa debba essere all’alba, quando deserto, nel momento che gli rende più gloria.

Dobbiamo lasciare Borobudur. Ci aspetta un treno, direzione Bandung. 7 ore sui binari tra le risaie. Gli ultimi giorni indonesiani, prima di decollare alla volta di Singapore.

Concludo con un aneddoto. Il primo giorno a Bali, per andare a fare colazione nel giardino del  nostro b&b, non abbiamo messo le scarpe, come qui è comunissimo fare. Uscito dalla camera senza scarpe, Teo mi dice “Mamma, ah! Freddo piedi, io scarpe”. Scoppio a ridere, l’occidentale in vacanza.

Dobbiamo lasciare la nostra camera a Borobudur, ci stiamo preparando per il viaggio in treno. Metto le scarpe a Teo. Lui mi dice “No mamma, no scarpe. Non mi piace più”.

Ok, ci stiamo adattando.

Cheers!

With a Lot of Love #miljiansgotojava

Alcuni link utili :

The Phoenix Hotel

Jimbaran

Yogyakarta

Malioboro

Water Castle

Borobudur